La Sinistra Europea

27 agosto 2010

Oltre il liberismo, oltre il riformismo, la sfida per l’altra Europa.

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Assemblea pubblica
Sala del Cenacolo
Roma – 11 febbraio 2005

Sommario

Presentazione di Graziella Mascia
Introduzione di Danielle Mazzonis

Europa e mondo

Guerra, rapporto con gli Usa, esercito europeo di Lucio Manisco
Autonomia europea, economia globalizzata, Wto di Vittorio Agnoletto
Sviluppo, produzioni, consumi alternativi di Alessandro Messina
Il Mezzogiorno d’Europa di Giacomo Schettini

Lavoro, precarietà e sviluppo

Patto di stabilità di Emiliano Brancaccio
Precarietà e nuovi lavori di Franz Purpura
La nuova classe operaia di Maurizio Zipponi
Il futuro del lavoro nella società della conoscenza di Marcello Cini

Democrazia, rappresentanza, partecipazione

Democrazia, diritti, nuova cittadinanza di Gianni Ferrara

Democrazia partecipata e nuovi municipi di Pierluigi Sullo
Libertà individuali e garanzie giuridiche di Giuliano Pisapia

Cultura e conoscenza

Cultura e istituzioni di Wilma Labate
La produzione del sapere dell’informazione di Giuseppe Gentili
Cultura della comunicazione di Lidia Menapace
L’incontro di civiltà: dalle culture altre all’intercultura di Maurizio Oliviero
Lo sport nella cultura di oggi di Darwin Pastorin

Conclusioni di Fausto Bertinotti

Presentazione
Ringraziamo tutti e tutte per essere intervenuti così numerosi a questo incontro. Sono, queste, per tutti noi, giornate particolarmente dense di preoccupazione e ansia per la sorte di Giuliana Sgrena.
Dopo le elezioni in Iraq, ci avevano sommerso di comunicazioni tese a legittimare il presunto successo degli Stati Uniti e del presidente Bush nel voler esportare la democrazia con la forza.
Invece, il rapimento di Giuliana Sgrena ha ancora una volta mostrato la vera faccia della guerra, ci ha fatto ripiombare nella tragedia di un paese e di un popolo sotto occupazione per la scelta ideologica della guerra preventiva ed infinita.
Proponiamo innanzitutto che gli aderenti in Italia alla Sinistra europea siano tutti presenti alla manifestazione del 19 febbraio prossimo a Roma.
Un’assemblea, quella di oggi, preparata da due incontri precedenti. L’obiettivo è quello di offrire un contributo ai temi del congresso della Sinistra Europea dell’ottobre prossimo.
Il Partito della Sinistra europea, come sapete, è nato a Roma il maggio scorso, e in questa breve vita ha già prodotto diverse campagne: quella contro il trattato della Costituzione europea, già approvato, purtroppo, alla Camera dei deputati in Italia, ma su cui si pronunceranno diversi cittadini di altri paesi europei attraverso il referendum. Il suo carattere liberista, la mancanza del ripudio alla guerra, l’inadeguatezza rispetto ai diritti di cittadinanza e soprattutto le modalità con cui è stato predisposto, tagliando fuori completamente i cittadini europei, hanno determinato la nostra contrarietà e anche le nostre proposte alternative.
Ma un’altra battaglia stiamo conducendo in Europa, dentro la lotta alla precarietà che caratterizza non solo i rapporti di lavoro, ma la quotidianità della vita di ognuno, in particolare dei giovani, e cioè l’opposizione alla direttiva Bolkestein. Nelle prossime settimane questa direttiva per i servizi interni, come l’istruzione e la sanità, che cancella regole e diritti nel mercato del lavoro, approderà alle aule del parlamento europeo. Il Partito della Sinistra europea è stato protagonista nel farne conoscere i contenuti e nel contrastarla; ma oggi il fronte è molto ampio e abbraccia organizzazioni sindacali, partiti europei del centro sinistra e il movimento dei movimenti, che ha dato appuntamento per il 19 marzo per una manifestazione a Bruxelles.
Nella nostra lotta contro le ingiustizie, nel nostro procedere assumendo le discriminanti del movimento, contro la guerra e il neo-liberismo, che hanno segnato la costituzione di questa forza politica europea, abbiamo indicato i temi del primo congresso della Sinistra europea, il cui “centro” sarà l’Europa, l’Europa che vogliamo.
Una scelta ambiziosa e non scontata.
Per questo abbiamo bisogno di tutte le competenze, delle esperienze, del rinnovato protagonismo prodotto soprattutto da questi anni di movimento mondiale, caratterizzato in particolare dalla presenza delle giovani generazioni.
Quindi l’Europa: l’Europa nel mondo che vorremmo, dal punto di vista delle relazioni politiche ed economiche, del modello sociale e di produzioni alternative, i beni comuni, i diritti in alternativa alla precarietà e le garanzie individuali come alternativa alle nuove leggi liberticide e alle nuove forme di autoritarismo; la democrazia come esigenza amplificata dalla crisi della politica e della rappresentanza e la democrazia diretta come esperienze che si sono andate determinando; la cultura e la conoscenza come critica e alternativa al pensiero unico, che ha segnato questi anni di globalizzazione capitalista, e anche per determinare quell’incontro tra civiltà che proponiamo, in alternativa allo scontro propugnato dai neocons americani.
L’assemblea di oggi, dunque, mette le basi per un lavoro che continuerà nei prossimi mesi, sperimentando concretamente questa originale forma di adesione individuale al Partito della Sinistra europea.
Nel contempo, rappresenta un contributo importante sulle questioni che impegnano le sinistre italiane, il confronto aperto sui temi del governo, e per il Partito della Rifondazione comunista che svolgerà il suo congresso nazionale a Venezia dal 3 al 6 marzo prossimo.
Di tutto questo vi ringraziamo e il primo appuntamento che vi diamo è proprio a Venezia, dove una sessione sarà dedicata proprio alla Sinistra europea.
Graziella Mascia

Introduzione
di Danielle Mazzonis

Introduciamo oggi il nostro dibattito sui temi della sinistra  in un Europa silenziosa, perplessa, delusa; emblematica al riguardo la discussione sulla revisione dei parametri di Maastricht dalla quale emerge ancora con chiarezza che l’impresa europea che si sta insediando non vede oltre una  politica  monetaria restrittiva e  un  controllo ossessivo della spesa, sociale in particolare … Insomma non ci sono tracce di  visione sociale, non emerge nessun  progetto di società capace di  alimentare l’illusione che si stia lavorando a un originale modello sociale frutto del confronto tra le tante esperienze e culture di cui l’Europa è ricchissima. Anche  gli europeisti più ottimisti riconoscono, dopo l’ultima delusione di cui la Costituzione è portatrice, che si è sbiadito -  non trasformato – quello che alla fine della guerra appariva il disegno pacifista  di creazione di una unica collettività politica  in grado di assimilare e trarre risposte da tante diversità. La  conferma dello smarrimento-contrariamente a quanto  dice Jeremy Rifkin nel suo “Sogno europeo” idealizzando, in verità, la resistenza all’inquinamento liberista delle nostre culture – la ritroviamo quotidianamente: che si parli di guerra preventiva e di esportazione della democrazia, di welfare e privatizzazioni, di ricerca scientifica e persino dei nostri cosiddetti  valori cristiani … la lezione dei Chicago boys è comunque presente. E che l’Europa appaia a tutti (lo si è visto anche al forum di Porto Alegre)  un soggetto diviso e smarrito lo denota la nostra incapacità di trasmettere e comunicare al mondo un’immagine egemonica che rifletta non solo le faticose conquiste  di uguaglianza e solidarietà della storia europea ma anche il nostro sapere e modo di pensare (le nostre immagini, i nostri segni distintivi; si fa fatica a ritrovarli nelle piazze virtuali del villaggio globale, annegano nella rete dei navigatori del web, …. tutto si mescola  in uno scenario  confuso (che ricorda il film di Rene Clair, Fantomes à vivre).
Quali questi segni distintivi della cultura europea? La sua laicità ed il suo universalismo (come insegnavano a scuola: umanesimo, razionalismo, cultura, scienza, cultura nella quale nessuna idea è immutabile e tutto può essere sottoposto a discussione…); ma anche cristianesimo, con tutti i suoi  elementi  di modernità e arretratezza costantemente aggiornati. (chiesa e sviluppo sostenibile, ma anche chiesa e procreazione assistita!).
Come si è detto nelle nostre  riunioni preparatorie, la  cultura europea, nel suo senso più ampio  di costruzione di un’identità collettiva,  è anche frutto dell’incontro di tantissimi microspazi complessi, costantemente rinnovati e provenienti da territori e storie diverse, persino spesso antagoniste. Una ricchezza che oggi, accecata dall’economicismo che impone ragionamenti  basati su  parametri e schemi prefissati, sceglie di sopravvivere abbandonando la sua diversità. Questo appiattimento annulla  la funzione tradizionale di  collante e  strumento politico di costruzione dell’integrazione  esercitata dalla cultura europea  nella prima  fase di costruzione della Comunità.
Nelle riunioni preparatorie del nostro incontro odierno queste considerazioni sono state  il punto di partenza. Si è però  ugualmente  insistito sul fatto  che non si sta denunciando  la scomparsa per esaurimento della nostra cultura, si sta invece sottolineando che si colonizza  e che questa colonizzazione – come succede con i semi della Monsanto – non apre spazi nuovi, non comporta  moltiplicazioni e diversità; alimenta, al contrario, tendenze localistiche che riducono la creatività. Per restare nel biologico: i frutti del dialogo, delle interazioni e delle interferenze tra  saperi e lingue diverse, tra puntuale e universale, tra tradizione e innovazione … che hanno generato nei secoli un identità culturale variegata, vengono appiattiti dalla mondializzazione; si restringono le differenze invece di sfruttarne le potenzialità. Così facendo minacciamo la nostra cultura – e le sue contraddizioni che contribuiscono alla sua ricchezza -  di estinzione, favorendo l’emergere  di un ibrido perfetto che non si riproduce nelle nostre menti e ci obbliga pertanto a comprare  ogni anno la serie successiva. Un fenomeno di nuovo analfabetismo, una piattezza che sconcerta e credo genera nelle nostre società quella perdita d’identità che scioglie la ragione e la sostituisce con il buon senso (i sillogismi della televisione, il linguaggio di Berlusconi ne sono manifestazioni).
Spesso questa forma di appiattimento culturale viene confuso con l’americanizzazione. In verità questa invasione c’è (l’hanno spiegato meglio di me nelle riunioni preparatorie i cineasti, gli uomini di teatro e dell’informazione,ma ce lo dimostrano  anche i linguaggi degli SMS e di internet); ma l’invasione è solo la punta dell’iceberg. La verità è che questa trasformazione è ormai voluta dalla stessa Europa che – questo si, seguendo il peggior reaganismo -  trasforma indistintamente tutto quello che tocca in merce. Merci che standardizzano tutto quello che integrano, rendendo così sempre più anonimo quello che avvicinano.
Esistono, e soprattutto di questo parleremo oggi, prime risposte dirette a valorizzare appieno un’identità europea, identità che non può che essere  radicalmente diversa da quella appena schematicamente descritta. Le risposte arrivano dai movimenti, dal sindacato, dai quartieri, provengono anche da riflessioni elaborate nei partiti (non in tutti e non a sufficienza come abbiamo visto al congresso  DS), e si esprimono sempre più  intorno a “bisogni concreti e a diritti” espressi quotidianamente dalla gente (cito a caso temi sollevati nelle nostre discussioni preliminari: lavoro e sicurezza, conoscenza e salute, giustizia e carceri, proibizionismo e trasparenza, riscoperta di tradizioni, luoghi, costumi……). Nell’avvicinarci alle  pur cosi diverse tematiche che arricchiscono il nostro dibattito abbiamo potuto constatare che il riconoscimento delle divergenze – il  muto riconoscimento dell’altrui diversità – può diventare, nella sua radicalità, uno dei  segni distintivi dell’identità europea. Si tratta di un segno preciso, che grazie allo  sforzo consapevole di alcuni soggetti (molti sono qui), comincia a dotare l’alternativa di  forma e gambe.
Una forza di sinistra europea come quella che vogliamo essere deve non solo sapere ascoltare e raccogliere questi soggetti ma anche essere in grado di promuovere l’elaborazione di regole che ne favoriscano il rafforzamento e la moltiplicazione; in altre parole dobbiamo essere capaci di ragionare assieme, di metterci e di metterli in discussione, per arrivare a condividere fini e mezzi. Riesco persino a illudermi che un processo dinamico di condivisione, che riunisce  intorno a tavoli tematici una pluralità di soggetti portatori di culture, professioni, provenienze e storie diverse (l’esercizio che, credo, abbiamo convenuto mettere in piedi) possa contribuire concretamente a fare emergere energie e risorse oggi compresse per introdurle in un nuovo discorso politico. Un dialogo che identifichi comportamenti e regole diverse che, proprio per questo, riesca a richiamare l’interesse di soggetti finora estranei all’arena politica. La sfida non consiste tanto nell’inventare qualcosa  di  nuovo, quanto nel sapere ripartire dalle grandi conquiste del movimento operaio, dalla solidarietà,dalla ricerca di uguaglianza nelle condizioni materiali di vita e lavoro, per giungere a forme davvero partecipate  di progettazione sociale dell’esistenza che recuperino l’identità europea.
Parto da queste tematiche ovvie,  che esistono, che sono state affrontate e sperimentate nel secolo scorso in forme diverse e con diverse fortune, per dimostrare, anche a noi stessi, la concretezza immediata del progetto che ci proponiamo. (Nell’elencarle, mi viene in mente che nell’attuale quadro sociale anche banali questioni di sopravvivenza, proposte modeste e appena  social-democratiche come queste, rischiano di apparire rivoluzionarie) Ma le ricordo per poter ribadire che il modello di globalizzazione dei mercati che con decisioni consapevoli e mirate la Commissione Europea ha voluto portare avanti ancora più da Delors in poi (sfociati negli accordi GATT, OMC, ecc) è il peggiore ma non è l’unico possibile: può, quindi, di fronte a pari determinazione, essere neutralizzato da politiche economiche e sociali in totale controtendenza. Si tratta di politiche che, avendo le loro radici nella storia  e nelle esperienze europee  sono del tutto presenti nella memoria di centinaia di migliaia di cittadini, riescono perciò a mobilitare anche i neo-euroscettici, stufi della rigidità dei parametri e degli opportunismi della cosiddetta Costituzione. In altre parole credo che in Europa, (non siamo fortunatamente nell’America di Bush) un disegno di questo tipo, perché meglio di altri utile a interpretare la complessità delle  opportunità e difficoltà che viviamo, può attrarre alla politica soggetti  oggi incerti. Ciò a patto che il progetto di cui si parla sia  sottratto alle regole e ai  tavoli di esperti di Bruxelles e si disegni collettivamente: in altre parole che si politicizzi. Politicizzarlo vuole dire anche farlo diventare cosi  trasparente e interattivo (parlo sempre del progetto) da poter essere letto criticamente (l’opposto del TG per intenderci) e discusso a tutti i livelli. Anche per questo proponiamo l’avvio di discussioni tematiche nelle quali, persino su problemi  complessi e controversi, tutti riusciamo ad entrare nel merito senza deleghe  a specialisti. Questi “circoli comunicativi” della Sinistra europea  possono rafforzarsi aprendosi anche a livello globale, seguendo il modello sperimentato con successo nei Social Forum, nelle comunità tematiche di donne, nei workshop on-line  sulla salute …
Nelle nostre discussioni delle settimane scorse abbiamo accennato alle comparsa di nuove forme di analfabetismo, uno dei peggiori  effetti della non informazione-comunicazione che caratterizza il mondo delle ITT; questa constatazione  ha portato a sollevare la questione della formazione e a ricordare che una scuola che riduce alle  “le 2 i” il bagaglio necessario a sopravvivere nell’era della complessità, non genera certo esigenze di forme di comunicazione diverse da quelle di cui disponiamo. Dico questo per smentire subito chi assume che sarà invece ancora la tecnologia – l’interattività del digitale – a dare voce a cittadini ormai ammutoliti dalla TV. La  verità è invece che l’attuale progetto tecnologico, che cammina esclusivamente con le gambe delle imprese produttrici di tecnologie, spinge decisamente  verso la standardizzazione delle menti. Per ora ha banalizzato linguaggi, ha omologato l’industria dell’intrattenimento, ha ridotto a mezze parole la comunicazione tra la gente (sms). Anche gli strumenti di produzione, dopo una fase di automazione flessibile che sembrava generare macchine versatili, torna ad inglobare l’intelligenza nella macchina (le nano-tecnologie aiutano) non lasciando così all’utilizzatore nessun margine di creatività e partecipazione. Nell’era della conoscenza, il lavoro si flessibilizza, la macchina riacquista rigidità e  sottrae all’uomo la poca capacità di dialogare con i suoi strumenti di lavoro che aveva conquistato. Io vedo un legame tra tutto ciò, la solitudine e la spoliticizzazione. (e confesso penso con nostalgia a quello che negli anni ‘70 chiamavamo innovazione operaia, soggettività del lavoro, gestione della salute… e tanti temi sollevati da Giulio Maccacaro,  Ivar Oddone, Il Manifesto, i Consigli del petrolchimico…). Al di là della nostalgia, anche i temi legati alle forme di produzioni di beni materiali, ai temi del decentramento produttivo, del rapporto con i consumatori e l’ambiente,  meritano tavoli tematici e forme organiche di comunicazione tra singoli soggetti e gruppi europei che non si rassegnano a  seguire in televisione l’evolversi dell’attuale modello. È vero che nei movimenti, a livello mondiale, si riflette gia su queste questioni; e che sono nate, anche in Italia, esperienze interessanti di interventi sulla produzione di beni e servizi che hanno generato nuove forme di occupazione  (oggi ne sentiremmo alcune). Sfruttando (qui bisogna riconoscerlo!) le potenzialità della tecnologia, la Sinistra europea deve essere in grado di valorizzarle e diffonderle.  La sua presenza nelle istituzioni europee potrà assecondare la modellizzazione di  esperienze eccellenti degne  di mobilitazione politica (in temi quali l’agricoltura biologica, il turismo sostenibile, l’uso intelligente delle risorse energetiche, di approcci alternativi alla produzione di produrre film o notizie…), e farle  diventare semi di un economia diversa (l’esempio del solare in Germania insegna che non tutto quello che si dimostra di interesse socio-economico viene replicato; se non come spiegare che non ha attecchito in Sicilia, che pure tra risorsa solare e Fondi Strutturali abbondanti, avrebbe davvero potuto permetterselo?). Resta comunque difficile immaginare che una processo di unificazione continentale che – vedi documenti di Lisbona e Goteborg -  allaccia  il progetto di Europa allargata alla competitività che – secondo loro – le privatizzazioni comportano o alle politiche di difesa e di sicurezza (dagli immigrati?), lasciando fuori qualsiasi riferimento concreto al welfare, alle politiche per la salvaguardia del lavoro, al ruolo dello Stato, sia il brodo di cultura più adatto alla crescita del nostro disegno. Lavorando assieme  nei prossimi mesi ai nostri tanti colleghi degli altri paesi, forse identificheremo punti di attacco alle politiche di Bruxelles. Operazione non facile dato che dopo quella totale dell’industria, spinge ora – in base agli accordi già sottoscritti – per la privatizzazione dei servizi; e, con i servizi, privatizza ormai l’acqua, lo spazio, la materia vivente e il sapere, l’informazione e persino la guerra. A questo riguardo diceva Noam Chomsky in un recente articolo: “gli Stati Uniti, che hanno oggi il controllo della sopravvivenza dell’uomo e del pianeta (biotecnologie, farmaci, assicurazioni) presto controlleranno (con l’applicazione delle nuove regole sui servizi) la programmazione di intere aree geografiche. Ai governanti – eletti locali e nazionali – non resterò altro compito che quello di gestire procedure definite negli ambienti specialistici degli organismi multilaterali.” E che succederà con l’educazione, la formazione, i trasporti, l’accesso alla cultura, la sostenibilità ambientale… Davvero la UE  che stiamo costruendo è convinta che può affidarli al mercato? Davvero su questioni cosi essenziali continueremmo a delegare  le scelte ai burocrati che dimostrano ogni giorno possedere frammenti di sapere e di non avere alcuna curiosità per gli interessi generali?
Non credo di essere riuscita, malgrado la lunghezza di quest’introduzione, a riportare tutto quanto è stato detto nelle riunioni preliminari: il mio tentativo era quello di fare capire a chi non ci ha seguito finora, quante questioni sono state sollevate, quanto sono ricche di stimoli, quanto abbiamo bisogno di tutti voi ….. e quanto lavoro  ci  aspetta. Spero di  avere trasmesso almeno questo messaggio.
Prima di chiudere volevo, a nome di tutti noi, mandare un abbraccio a Giuliana Sgrena, il cui ritorno aspettiamo con ansia. Per la sua  liberazione e contro la guerra, vi ricordo, manifesteremo, assieme al Manifesto, sabato, dalle 14, partendo da Piazza Esedra.

Guerra, rapporto con gli USA, esercito europeo
di Lucio Manisco

In questi giorni dedicati alla memoria delle vittime di Auschwitz e di altri atti di bestialità ed odio dei nostri tempi, si è consumato uno spaventoso eccidio che ha aggiunto un altro capitolo alla storia dell’infamia. Dopo Conventry, Dresda di cui si celebra il 60° anniversario, Nagasaki assurdo e gratuito duplicato del genocidio di Hiroshima, una città di 260.000 abitanti in Iraq è stata rasa al suolo. Non si conosce il numero, perché il Pentagono proclama di non essere interessato a “ body counts” e perché è stato interdetto l’accesso dei giornalisti, non solo alle macerie, ma anche ai superstiti nei campi profughi.
Alcuni di questi giornalisti, come David Enders del settimanale “The Nation”, sono riusciti a penetrare la cortina di ferro calata dalle autorità militari occupanti, altri non meno coraggiosi sono incorsi per lo stesso motivo in incidenti molto gravi e, ci auguriamo, di non troppo lunga durata: parliamo di Florence Aubenas di “Liberation” e di Giuliana Sgrena del “Il Manifesto”.
Non ci risulta che la Commissione, il Consiglio e il Parlamento dell’Unione Europea siano intervenuti o abbiano aperto un’inchiesta sull’eccidio di Falluja. Non sappiamo neppure se questo eccidio figurerà nel dibattito di martedì 15 febbraio al Senato sul rifinanziamento della missione di pace espletata con carri armati pesanti Ariete, blindati Pardo ed elicotteri da combattimento Mangusta del corpo di spedizione italiano a Nassirya.
Sempre in questi giorni si è parlato molto del successo della missione in Europa del nuovo Segretario di Stato Condoleeza Rice, che avrebbe segnato  una svolta nella politica dell’Amministrazione Usa alla vigilia della visita nel vecchio continente del Presidente Bush e anche nell’ambito del conflitto ingenerato dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Dai resoconti televisivi e stampa sembra che tutti i giornalisti europei, con pochissime eccezioni, abbiano volenterosamente assunto il ruolo di “embedded” imposto ai loro colleghi in Iraq. E, invece, una lettura, seppure superficiale, dei testi e dei discorsi pronunciati dalla signora Rice a Parigi e Bruxelles, o della rabbiosa replica di Rumsfleld alle proposte di Schroeder sulla Nato, dimostra che nulla è cambiato nella gestione della politica degli Stati Uniti, che questa invece è diventata più aggressiva nei confronti di altri paesi come la Siria, il Libano e l’Iran, il che richiederebbe un maggior coinvolgimento militare ed economico della Nato a sostegno della nuova crociata di libertà con cui il presidente George W. Bush ha sostituito quella per l’eliminazione di inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq.
Fin troppo chiara l’ingiunzione impartita dalla signora Rice alla “Science po” di Parigi: “l’America è pronta a lavorare con l’Europa, l’Europa deve essere pronta a lavorare con l’America” “Must be, doit etre”.
In altri termini la “alliance” diventa “Allegiance”, l’alleanza deve assumere caratteri subordinati devoti e fedeli: gli europei devono essere indotti a inviare truppe coloniali sui nuovi teatri operativi mediorientali al seguito dei cingoli dei carri armati Abrahms portatori di libertà, elezioni e libero mercato nelle future macerie di Teheran, Damasco e Beirut.
Quelle di Pyongyang possono attendere anche se il regime nordcoreano, il più repressivo sulla faccia della terra, proclama di possedere già armi nucleari e di non volerne fare oggetto di negoziato.
Non c’è da meravigliarsi se nella maggioranza governativa italiana e dintorni questa dilatazione delle mire imperiali di Washington sia stata accolta con maggior favore che in altri paesi, persino nella Gran Bretagna di Tony Blair.
Fanno purtroppo parte della nostra tradizione storica non solo il volgare “Franza o Spagna”, ma le giustificazioni ideologiche ad interessi stranieri.
L’americanismo di oggi segue la stessa strada aperta dagli austricanti del Risorgimento e sono sorprendenti le analogie tra Silvio Berlusconi e personaggi di maggior intelletto come Solaro della Margherita, il Canosa, il Monaldo e il Rosmini del diciannovesimo secolo.
La piaga dell’americanismo, che devasta anche il tessuto di vasti settori del centro sinistra, parte dal presupposto che un’altra Europa autonoma, anche se non ostile agli Stati Uniti, non sia realizzabile, che la sua subordinazione alla politica estera dell’impero debba andare di pari passo con la adozione del suo modello economico, con la devastazione sistematica dello stato sociale posta in atto, con maggior vigore dei suoi predecessori, dal presidente Bush all’inizio del suo secondo mandato. E’ doveroso ammettere che il modello amministrativo austro ungarico era molto più appetibile di quello sabaudo un secolo e mezzo fa, mentre quello statunitense è oggi deleterio di un’economia già in crisi avanzata, degli interessi dei lavoratori, dei diritti di cittadinanza e di libertà nell’Europa allargata a 25.
La nostra opposizione a questo pasticciaccio brutto di costituzione europea è delle più razionali e motivate, in quanto il suo testo ignora l’evidenza dei fatti, così come sono emersi a chiare lettere e a più chiare statistiche nell’ultimo decennio, vincola – caso senza precedenti in un mandato costituzionale fondativo e di lunga durata – lo sviluppo economico della comunità al modello neo-liberista USA e, come evidenziato da due espliciti paragrafi del suo articolo, subordina i suoi rapporti di politica estera e militare con il mondo esterno ai diktat delle direttive cosiddette atlantiche del grande impero d’occidente.
L’accusa di antiamericanismo a chi si richiama a queste verità fattuali, a chi denunzia le infamanti corresponsabilità europee nelle stragi irakene come quelle di Falluja, le torture di Abu Grahib e di Guantanamo codificate da Washington con l’abrogazione delle convenzioni di Ginevra e degli statuti di Norimberga, dovrebbe lasciarci indifferenti.
Non ci lasciano indifferenti le manipolazioni dell’informazione sui colpi di maglio che questo e i precedenti governi statunitensi stanno abbattendo sulla costituenda Unione Europea, oggi ad esempio, sulle avanzate trattative di Francia, Gran Bretagna e Germania con l’Iran per risolvere diplomaticamente la questione nucleare, sul progetto del nuovo aereo civile super-airbus, sugli O.G.M., sul perseguimento degli obiettivi pur limitati di salvaguardia ambientale del pianeta, sulle resistenze alla confermata installazione in Europa, e soprattutto in Italia, di depositi di armi nucleari.
Chi è veramente europeista, come tutti coloro che stanno dando vita all’ambizioso progetto di una nuova Sinistra europea, deve tener conto, tiene conto di una situazione che sta diventando di giorno in giorno più esiziale per il futuro del vecchio continente, grazie anche e soprattutto all’egemonia pseudo culturale, pubblicitaria e pseudo informativa perseguita con effetti deleteri e soffocanti in Italia più che in altri paesi.
Non si tratta certo di rompere i rapporti con gli Stati Uniti, ma di indirizzarli su una strada più paritaria, di contrastare insieme ad altre forze nel Parlamento europeo le direttive anti – sociali e neo-liberiste della commissione Barroso, della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale, di perseguire politiche di pace e preventive dei conflitti, di contenere contro ogni remissività ed eccesso di zelo dei nostri governanti incalzanti tentativi di Bush, Cheney e Rumsfeld, di coinvolgere l’Europa nel loro avventurismo militare, di trasformare, se necessario e di questo non sono affatto convinto, una forza di pronto intervento continentale in un corpo di difesa territoriale ad alta tecnologia, di dar voce unitaria, razionale e pragmatica all’insofferenza crescente dei movimenti giovanili per un modello di vita e di cultura che li priva di qualsiasi futuro accettabile.
Concludo con quanto osservato da un grande storico statunitense, il Morrison nella sua storia del popolo americano: “Una nazione o una comunità di nazioni non può mai affidare il suo destino ad un’autorità esterna che non può controllare.
Molte purtroppo lo hanno fatto e le loro genti ne hanno sofferto amaramente”.

Autonomia europea, economia globalizzata e WTO
di Vittorio Agnoletto

Il ragionamento sull’idea di sinistra europea non è certo qualcosa che inizia con questo incontro. Tantomeno il percorso all’interno del quale questo incontro si colloca è riassumibile nell’ipotesi di costruire un Partito della sinistra europea come mera sommatoria dei partiti già esistenti. La via che da tempo è tracciata volge verso l’aggregazione di un area politica composta dai partiti, dai gruppi più o meno organizzati, dalle associazioni ma anche dalle singole persone che danno una adesione individuale.
Il nodo fondamentale mi sembra essere quello di ricostruire un punto di vista autonomo di sinistra e discutere su  cosa significhi essere di sinistra, cosa significhi autonomia di pensiero e capire qual è il nuovo paradigma di riferimento.
Parlare di una sinistra plurale, non significa solo portare a sintesi i grandi filoni novecenteschi quali il femminismo, l’ambientalismo e il marxismo. Credo che queste grandi categorie siano stati infatti metabolizzate e che oggi quello che ci troviamo di fronte sia un nuovo umanesimo portato dai movimenti di Seattle, da quelli di Genova e di Porto Alegre, che non ha un collante ideologico ma che ha invece un collante di progettualità su azioni concrete e programmi condivisi.
Credo che l’elemento costitutivo di questa sinistra sia l’antiliberismo: è l’unico sostantivo con cui riesco a descrivere la sinistra che noi tutti sogniamo e cioè quella sinistra che coglie il legame tra contestazione alla guerra e contestazione al liberismo, e preme per la giustizia sociale come unica risposta di massa alla teoria della guerra preventiva.
Costruire questa sinistra oggi è possibile solo e unicamente mettendo al centro l’Europa. Ma al centro di cosa? Di un mondo multipolare che vede protagonisti il Mercosur, l’ASEAN e che faciliti una vera aggregazione politico-sociale in Africa.
Da questo punto di vista non possiamo accettare una costituzione europea che trasforma i diritti in bisogni subalterni alla logica del mercato e del liberismo, che non è più una delle opzioni economiche sulla quale confrontarsi (da parte nostra alla quale opporsi) ma che è diventato un elemento fondante dell’ Europa a 25. Non possiamo accettare una costituzione europea nella quale, e pochi l’hanno notato, si parla esplicitamente della necessità di coordinare fra di loro l’esercito europeo e la NATO.
Ma se oggi dovessi scegliere il pericolo maggiore da affrontare in Europa, non avrei dubbi e direi GATS – General Agreement on Trade and Services, cioè l’accordo generale sul commercio dei servizi del WTO.
Entro maggio ogni membro del WTO, Unione Europea compresa, dovrà depositare sul banco dell’Organizzazione Mondiale del Commercio due buste. In una busta si devono indicare quali sono i servizi che si vogliono mettere sul mercato, e in particolare si deve dire se si è disposti a privatizzare Sanità e Istruzione, nell’altra busta quali sono i servizi che si richiedono agli altri membri come liberalizzabili e quindi privatizzabili.
Da giugno a novembre, scavalcando i singoli parlamenti nazionali, si avvierà il “mercato delle vacche” tra gli sherpa dei maggiori governi mondiali e l’oggetto delle trattative saranno, fra gli altri, due servizi pubblici essenziali che dovrebbero garantire due diritti umani inviolabili: il diritto alla salute e il diritto al sapere.
La meta finale è il prossimo vertice del WTO che si svolgerà a Hong Kong il prossimo 1 e 2 dicembre.
Non possiamo non mettere al centro della nostra agenda politica queste cose.
D’altro canto parlare di Europa economica significa parlare di una sigla che qui dentro pochissimi conoscono e cioè EPA – Economic Partnership Agreement ovvero gli accordi di partenariato che la UE sta costruendo con i paesi dell’ area ACP (Africa, Caraibi, Pacifico). Tra questi ci sono anche le 20 nazioni più povere del mondo per le quali un rapporto bilaterale privilegiato con l’Europa dovrebbe essere formalmente un aiuto ma che in realtà si trovano a soccombere di fronte alle richieste sempre più pressanti di smantellamento di qualsiasi embrione di servizio pubblico e di azzeramento di qualsiasi legge minima di tutela di beni pubblici quali acqua, terra e biodiversità. Detto con una battuta, stiamo assistendo alla autodefinizione da parte dell’Europa dei propri tassi di rendimento sui prossimi investimenti nei Paesi in via di sviluppo.
Sul fronte interno poi è inevitabile citare la proposta di direttiva Bolkenstein sulla liberalizzazione del mercato dei servizi che con l’assunzione del “principio del paese d’origine” stabilisce che un lavoratore sia sottoposto esclusivamente alla legge del paese dove l’azienda ha sede legale e non più alle normative del paese dove fornisce il servizio. Un obiettivo mal celato di destrutturate in via definitiva i diritti dei lavoratori attraverso l’impraticabilità dei contratti collettivi nazionali e il conseguente indebolimento del potere negoziale dei sindacati.
Oppure vogliamo parlare della proposta di direttiva sull’orario di lavoro che, qualora venisse approvata, darebbe al datore di lavoro la possibilità di obbligare i propri dipendenti, in certi periodi dell’anno, a lavorare fino a 60 ore alla settimana? La filosofia di una simile direttiva non è altro che l’inseguimento degli Stati Uniti sul loro stesso terreno ideologico e culturale ossia dello sfruttamento intensivo dei lavoratori.
Nel resto del mondo, e io l’ho sperimentato dieci giorni fa a Manaus, sede del IV forum panamazzonico, i movimenti sociali guardano all’Europa come l’unico interlocutore in grado di scardinare questa situazione di dominio unipolare del mondo. E allora la responsabilità che noi abbiamo è enorme e ciò che ci viene richiesto è un vero e proprio balzo culturale ove l’orizzonte della nostra azione non sia più limitato a un singolo stato ma esteso sul mondo; si tratta di sostituire il concetto di “diritto di cittadinanza”, inteso come diritto legato alla terra di nascita, con l’idea di “diritti universali” in cui l’essere umano è posto al centro della nostra azione indipendentemente dal genere, dalla religione, dal colore della pelle e dalla regione del pianeta dove ha avuto il destino di nascere.Le parole Sinistra ed Europa devono per forza incrociarsi: non è una scelta, è un dovere morale.
Ecco perché tendo a sottolineare la forte valenza politica di questo incontro: perché credo che l’obiettivo sia quello di arrivare in Italia e in Europa alla costruzione di un area ampia dentro cui ci sta chi viene da una storia comunista, chi non viene da una storia comunista, chi viene dal cristianesimo critico, chi viene dal femminismo, chi viene da altri percorsi culturali e politci. L’obiettivo da condividere è quello di costruire una sinistra antiliberista che sappia affrontare le sfide comuni che abbiamo davanti.

Economia, produzione e consumi alternativi
di Alessandro Messina

Mi è stato chiesto di parlare di “Altra Economia”, il che presuppone – come è nella realtà – che ce ne sia una non altra, ma ben definita e conosciuta. Che è poi quella che tutti conosciamo molto bene.
E allora l’altra economia cos’è? Il termine si utilizza ormai molto. E si usa soprattutto per identificare alcune esperienze: commercio equo e solidale, finanza etica, software libero, turismo responsabile ecc.
Spesso di queste esperienze si dice che siano soltanto iniziative di nicchia,  connotandole come l’utopia di un gruppo di sognatori. Questo, ad esempio, è ciò che trapelava da un recente articolo di Emiliano Brancaccio, che le ha tacciate di alimentare una “vana speranza” rispetto alle possibilità di cambiare modello economico neoliberista..
La mia visione è differente: non sono un boy scout, non ho mai fatto pratiche da “ciellino” o simili, ma mi capita spesso di parlare di questi argomenti e di incontrare persone che in queste cose credono molto. E questo succede perchè sono iniziative che coinvolgono nel fare, sono concrete in sé, riattivano il senso della partecipazione sociale ed economica.
Contemporaneamente a questo incontro ce n’è uno in Campidoglio in cui viene presentato il volume “Atlante di un’altra economia. Politiche e pratiche del cambiamento”, edito pochi giorni fa dalla Manifestolibri e curato dalla campagna Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.org).
Si tratta di un lavoro che mette insieme persone, esperienze e approcci diversi all’economia e alle strategie per cambiarla. Alcune hanno una connotazione particolare, esperienziale, molto delimitata, altre sono in grado di esprimere una visione più complessiva. Si può – e credo si deve – partire da queste microsituazioni, per costruire un quadro organico degli scenari economici. E credo che questo sia il valore principale, in gran parte inedito, del volume: combinare proposte di politiche macroeconomiche con esperienze e proposte di microgestione, microfinanza, commercio equo e solidale. Un valore importante nell’Italia e nel mondo di oggi.
Una delle precisazioni da fare è che “l’altra economia” nasce come forma di solidarietà tra nord e sud del mondo, come è evidente nella matrice del commercio equo e solidale. Questo è un dato storico, legato a situazioni di forte squilibrio che una volta caratterizzavano in modo netto i continenti e gli emisferi. Ma oggi è evidente come quei principi e quelle pratiche nati da forme diverse di economia – legate a una forma diversa di uso del denaro, ad un commercio basato su principi differenti e così via – ha molto valore anche all’interno dei paesi più ricchi, come l’Italia. Un paese in cui l’industria non c’è più, la bilancia commerciale torna in rosso (alla faccia delle politiche di plastica sul made in italy), le banche acquisiscono un potere crescente, l’accesso al credito e l’indebitamento finalizzato al consumo pesano sempre più sulle famiglie.
Le politiche economiche di sviluppo sono praticamente scomparse. E’ evidente che pratiche locali in grado di ravvivare tessuti sociali di piccola economia possono avere un significato. Possono averlo tanto più se associati in un quadro di insieme a delle politiche macroeconomiche, purtroppo sempre più rare sia a livello regionale che nazionale.
Ecco perchè mi permetto di portare in questa sede la mia duplice esperienza: perchè se è vero che ho la fortuna di condividere il mio percorso con la campagna “Sbilanciamoci”, Lunaria, la Banca Etica e il movimento della finanza etica, sto anche godendo di una rara opportunità al Comune di Roma – dunque in un contesto molto complesso, per motivi storici, dimensionali e politici – dove, grazie alla fiducia concessami da Luigi Nieri, Assessore alle Periferie, dirigo un ufficio che si occupa di politiche di incentivo alle imprese (www.autopromozionesociale.it).
Un ufficio che nasce da una legge nazionale (l’art. 14 della l. 26671997), firmata dall’allora Ministro Bersani, che ha come scopo la promozione di nuove imprese nelle aree di “degrado urbano e sociale”. Il motivo per cui voglio parlarvi brevemente di questo lavoro è che credo sia interessante vedere come si può partire da ciò che già esiste (una legge e dei finanziamenti, ormai merce preziosa) per costruire politiche economiche che cambiano le regole del gioco, o almeno ci provano.
Fino a poco tempo fa il Comune di Roma ha utilizzato questo strumento come aiuto alle imprese in senso classico, erogando contributi con un meccanismo un po’ a pioggia, senza cercare di incidere concretamente sulle realtà locali. Dunque una filosofia banalizzante o se preferite burocratica di ciò che è economia: ti do l’aiuto, ti do il finanziamento, tu cresci, crei occupazione e il tessuto sociale migliora. Un approccio un po’ discutibile.
Io ho provato a capire insieme alle persone che lavorano con me come si può ribaltare questo principio. Ci siamo detti: non partiamo dal tessuto economico per arrivare al tessuto sociale, proviamo a fare il contrario. Proviamo a riscoprire Polanyi, in un certo senso. Allora, se questa è la strada che si vuole perseguire in un’ottica di sviluppo economico (o rinascita locale, come suggerisce Latouche), quella che oggi viene chiamata altra economia o economia solidale diventa un tassello molto importante: perchè è evidente che lì dove esiste una certa vitalità legata ad un bottega del commercio equo e solidale, a un gruppo di acquisto, ad un produttore biologico, inevitabilmente si trova una risposta nel territorio, un’intraprendenza, che è presupposto qualificante del fare impresa.
Allora l’intervento di politica economica potrà avere un impatto ben più significativo, attivando un meccanismo virtuoso tra questi soggetti, l’ente pubblico che eroga i suoi finanziamenti e, ancora meglio, tutte le altre politiche pubbliche (il mito delle politiche integrate).
Quest’ultimo è un altro tema cruciale. Tra le sperimentazioni che stiamo facendo, alcune delle risposte più convincenti vengono dall’applicazione di politiche integrate, partendo dalla riflessione che non ha senso dare contributi ovunque o darne dove un quartiere è particolarmente degradato, tanto più perché degradato, se non dopo essere passati per una riqualificazione che non può partire dall’evento economico ma deve essere successiva a questo. Allora:
- rifai la piazza, fai il parco, fai il parcheggio, rimetti a posto una serie di situazioni urbanistiche e forse poi l’intervento economico può produrre dei risultati;
- riattiva la partecipazione dei cittadini riprendi la fiducia di queste persone e dopo forse l’intervento economico potrà produrre qualcosa.
Il Comune ha fatto bandi per contributi alle imprese a Corviale e nessuno si è presentato, lo stesso a Laurentino: vuol dire che è mancato proprio un anello di congiunzione tra il tessuto sociale che era evidentemente scoraggiato, diffidente, o non ha neanche ricevuto l’informazione e la politica economica che il Comune ha portato avanti.
Tutto questo per dire che il lavoro che stiamo svolgendo a Roma si sta caratterizzando in modo abbastanza netto perché usa l’esperienza dell’altra economia per fare “economia”.
Perché – è mia personale convinzione – l’altra economia non può essere separata dall’economia. Le nicchie, il lavoro autoreferenziale a volte dà più protezione e fa sentire più forti, ma non porta da nessuna parte, quando il paese ha problemi di sviluppo reale, di situazione stagnante dell’economia e di una assoluta mancanza di cultura imprenditoriale sana nel Paese.
Se manca una cultura imprenditoriale nel paese, perché l’unico messaggio che arriva è quello dell’economia mordi e fuggi, quindi l’economia dei furbi, l’economia che non investe, l’industria che diventa solo finanza, è chiaro che c’è bisogno di ricreare, rigenerare un’intera generazione di persone che poi siano in grado di costruire economia. Sia dal punto di vista della grande economia che possono essere industrie o altro, sia dal punto di vista del piccolo livello locale che è pure fondamentale.
Io non sono per una visione autarchica dello sviluppo locale, non credo che abbia senso cercare di rinchiudersi in qualche immagine arcadica di quello che può essere il municipio, la città.
Per chiudere: la questione è, secondo me, come a livello di partiti politici, programmi di governo, noi riusciamo a dire e a progettare e programmare tutto questo.
Credo sia molto importane trovare un modo per dare contemporaneamente un segnale a chi, da una parte, l’altra economia la fa, ma sono pochissimi, e, dall’altra, a tutti quei cittadini che non la fanno ma sono attenti a queste cose. E se è vero che – come dice Tonino Perna – c’è il rischio di una deriva new age del consumo, per cui anche il consumismo diventa sostenibile, uno status etico, c’è anche una esigenza forte, chiara, che va dal come riciclare rifiuti al tipo di caffè che compri.
Ecco io credo che da questo punto di vista dovremmo iniziare a dire qualcosa di preciso, forte, senza scindere quella che è l’economia ufficiale con tutti i crismi da questa che altrimenti rischia di essere la Cenerentola di turno.
Grazie.

Il Mezzogiorno d’Europa
di Giacomo Schettini

Il meridionalismo è un paradigma, è una categoria del pensiero storico politico per interpretare e contribuire a formare, nel confronto e nella lotta, una funzione nazionale per la costruzione di un’altra Europa, fondata su un modello economico, politico e culturale segnato dalla socialità, dalla autonomia e dalla pluralità.
Il Mezzogiorno riviene alla ribalta dal lato giusto, quello di sinistra, e per la via giusta, quella della democrazia diretta e dei movimenti. La vittoria di Vendola in Puglia, le lotte di Scanzano, Melfi, Rapolla, Acerra, la Sicilia delle lotte dei braccianti per il rimboschimento dimostrano che il Mezzogiorno sta uscendo dall’ombra in cui la globalizzazione lo aveva spinto nell’incerto passaggio dal rapporto con lo Stato al rapporto con il mondo. Esso sta facendo i conti con processi che ne hanno mutato qualitativamente tutti i termini e che ne mettono a rischio non solo l’economia ma la civiltà: le contraddizioni, il dualismo si stanno facendo frattura, come a livello nord-sud del mondo si sono fatti abissi. Ci sono dati che ne danno una rappresentazione sconvolgente: negli ultimi venti anni la ricchezza in Europa è cresciuta dal 50 al 70%, e però vi sono 50 milioni di poveri, 20 milioni di disoccupati e 5 milioni di senza-tetto; in America la ricchezza aggiuntiva è andata per il 96% al 10 % della popolazione; in Germania, sempre nello stesso periodo, la ricchezza delle imprese è aumentata del 90% e l’incremento dei salari del 6%.
In Italia, l’economista Geminello Alvi rappresenta la perversione di queste dinamiche rivelando che la quota di reddito nazionale destinata ai salari pari al 56,4% nel 1980 scende, alla fine degli anni 90, al 40,1% con una picchiata di oltre 16 punti, stimata in cifra assoluta attorno a 300 mila miliardi di lire. Di contro, la quota dei profitti e rendite sale nello stesso periodo dal 43,6% al 59,9%.
Insomma, la qualità della frattura domanda politiche ed interventi di segno radicale e rileva la inadeguatezza del riformismo, non solo gestionale.
Come in ogni crisi accanto ai rischi coesistono le occasioni. Le spinte di natura espulsiva che provengono dal mondo costringono il Mezzogiorno, addirittura come un atto di salvezza, a darsi un modello autonomo in relazione ad un ruolo e ad una funzione di segno alternativo da fare avanzare nel Mediterraneo e in Europa.
L’Europa è a un bivio: o diventa la periferia orientale dell’Impero atlantico o costruisce una sua funzione e un suo ruolo autonomi.
Per perseguire quest’ultimo obiettivo si debbono far rivivere in forma nuova le peculiarità dell’Europa. Un piccolo passo indietro: l’interpretazione data del crollo del socialismo reale nell’89 è stata segnata da una colpevole superficialità. Prevalse la interpretazione che quel crollo rappresentasse il trionfo della libertà assoluta e del capitalismo, il quale finalmente usciva dalla storia per entrare nel destino del mondo e dell’umanità (Fukuyama). Le cose non stavano così. La specificità della politica e della cultura europea stava nello sforzo di tenere insieme una polarità, quella tra libertà ed uguaglianza, che aveva trovato nello stato sociale, nel socialismo reale, nel rapporto con i paesi che uscivano dal colonialismo, gli strumenti, in alcuni momenti dimostratisi drammaticamente contradditori, per condizionare lo sviluppo capitalistico e i suoi effetti laceranti. L’89 ha fatto crollare questa polarità, questo asse della storia politica europea. La riaffermazione, con forme e contenuti che vadano oltre l’esperienza del passato, della coppia libertà-uguaglianza  forse è la strada, se non l’unica, la principale per avviare la costruzione di un’altra Europa. Sulla bandiera della rivoluzione Francese era scritto “uguali perché liberi”, su quella del movimento operaio era e dovrà essere scritto “liberi perché uguali”- Galvano della Volpe -.
Perciò, non è accettabile che, sulla base del “liberi perché e affinché disuguali” che è il comandamento del liberismo, l’Europa si ostini a mantenere con il Mezzogiorno e con i paesi del Mediterraneo un rapporto di tipo neo-coloniale. Bisogna strutturare uno spazio plurale in cui si affermi un organico avanzamento economico, sociale e culturale, assolutamente incompatibile con la direttiva Bolkenstein che vorrebbe produrre ed esportare ghetti e condizioni servili del lavoro.
Il Mezzogiorno e il Mediterraneo rappresentano il luogo in cui per l’addensamento di precarietà, insicurezza, disparità, la nozione di uguaglianza trova il suo principale terreno di verifica. Insomma, è da qui che si costruisce la nuova identità sociale dell’Europa. E questa non può che avvenire su vari terreni: sul terreno economico e sociale riproponendo la centralità dell’intervento pubblico sia per riqualificare l’apparato produttivo nel senso e nel segno della sostenibilità (si può salvare la FIAT senza un’intervento pubblico che sostenga innovazioni nel campo della mobilità? E si possono produrre beni non energivori con scarsa produzione di rifiuti e di scorie senza una politica industriale seria?) sia per alimentare una redistribuzione del reddito ispirata a principi di egualitarismo (salario sociale).
Ma il terreno economico da solo non è sufficiente. Dopo alcuni secoli la quantità della produzione, la cosiddetta crescita, non trascina piú automaticamente l’avanzamento civile, il cosiddetto progresso. Anzi, siamo di fronte alla nuova contraddizione tra quantità della produzione e qualità delle relazioni nella società, nei luoghi di lavoro, con la natura e con il potere. Quindi dal Mediterraneo e dal Mezzogiorno si possono trarre risorse umane, ambientali, naturali e storiche che ormai alla pari, se non piú, di quelle materiali contribuiscono alla costruzione di un nuovo modello sociale, economico e culturale. Si pensi al contributo che queste aree possono dare alla realizzazione di un nuovo modello energetico che avvii la fuoriuscita dal consumo di risorse non rinnovabili e si basi sul risparmio energetico e sul potenziamento delle fonti di approvvigionamento alimentate da risorse rinnovabili (eolico, solare, biomasse ecc). Si pensi alle risorse culturali, antropologiche, comunitarie, che sono la base cu cui da secoli o millenni si tessono relazioni di incontro, confronto e amicizia tra diversi.
Dopo circa quattro secoli il Mediterraneo torna ad essere il baricentro della geopolitica. Qui, infatti, si sperimenta la guerra preventiva come regolatrice dei rapporti nord e sud del mondo. Qui si sta tentando un’operazione geopolitica per incuneare tra Cina, India, Europa e Russia un grande Medio Oriente di 23 Stati, su cui si insedierebbero, come unica potenza imperiale, gli Stati Uniti d’America anche per controllare il 65% delle risorse petrolifere che è situato in quell’area. Qui si fronteggiano i fondamentalismi, occidentale ed islamico, che hanno ridotto a loro funzioni persino le religioni e la democrazia, che si proclamano, ognuno per suo conto, la “terapia” assoluta, Dio ce ne liberi, per salvare il mondo.
Il Mezzogiorno e il Mediterraneo debbono prepararsi ad incontrare i flussi umani, culturali ed economici che provengono e proverranno dalla Cina e dall’India verso l’Europa e che seguono non certamente la via dell’Atlantico, ma quella che passa per il canale di Suez.
Il Mezzogiorno d’Italia sarà il primo approdo e insieme ponte nel raccordo del continente eurasiatico. Il Mezzogiorno e il Mediterraneo, per collocazione, hanno un ruolo importante nella strutturazione di un grande polo autonomo rispetto agli USA capace di riequilibrare i poteri nel mondo e spostare i rapporti di forza a sostegno della pace e del superamento delle disuguaglianze.

Patto di stabilità
di Emiliano Brancaccio

Tra “incandescenze” di movimento e “fredde” variabili economiche
Se ho ben capito, oggi c’è chi pensa che si possa realizzare una cosa come la “nuova democrazia municipale”, una sorta di democrazia del XXI secolo, e al tempo stesso si possano talmente trascurare i crudi fatti dell’economia da accettare di buon grado una resa incondizionata alle versioni aggiornate del “punto di vista del Tesoro” del 1929. Direi che da ragionamenti del genere non può che fuoriuscire un ossimoro, una cosa del tipo: “pareggio di bilancio partecipato”. Un ossimoro divertente, ma politicamente insostenibile.
Ad ogni modo, bando alle ciance. Vorrei ringraziarvi per questo invito. Credo che la costituzione di un partito della sinistra radicale in Europa rappresenti una delle poche iniziative politiche che, in una fase oscura come questa, si muovono – o almeno cercano di muoversi – nella giusta direzione. Naturalmente, si procederebbe ancor più speditamente nella giusta direzione se si definisse con maggiore chiarezza l’identità teorica e politica alla quale si vuol fare riferimento. Guardate, io sono napoletano. A causa del mio retaggio culturale – e aggiungerei subculturale – quando sento parlare di identità teorica e politica nutro sempre un certo scetticismo, provo disagio. Chiunque conosca il significato che la “cultura” assume alle pendici del Vesuvio potrà afferrare il senso di ciò che dico. Tuttavia, dopo un po’ di pratica sono stato costretto ad ammettere che la questione della identità teorica e politica è cruciale, dal momento che inevitabilmente – e direi sorprendentemente – l’identità finisce sempre per incidere, e in modo decisivo, sul sentiero della iniziativa politica concreta.
E’ forse anche a causa di questa evidenza che in un articolo apparso oggi su Liberazione (11.2.05) ho cercato di sostenere che un partito che si proponga quale forza di cambiamento e di trasformazione sociale in Europa, potrà davvero conseguire i suoi obiettivi statutari soltanto se saprà sviluppare una elaborazione teorica e politica che ovviamente sia nuova, assolutamente nuova, ma che al tempo stesso non disperda il valore conoscitivo di un assunto chiave del marxismo: quello secondo cui il corso degli eventi tende a plasmarsi in base alle continue contraddizioni tra lo sviluppo delle forze produttive da un lato e i rapporti di produzione dall’altro. Questo paradigma, come sappiamo, individua nella sfera dell’economico, nella sfera della organizzazione sociale del lavoro, il luogo in cui il potere esercita la sua massima pressione sull’individuo, una pressione finalizzata a renderlo compatibile, conforme al funzionamento complessivo del sistema. Per sincerarsi della estrema attualità di questa “legge” di movimento della storia è forse sufficiente centrare l’attenzione sulla seguente contraddizione: quella che vede da un lato l’opulenza della società capitalistica avanzata – una opulenza che pervade le nostre esistenze, in modo spesso volgare, grottesco – e i meccanismi di predeterminazione delle esistenze che fin dall’adolescenza, e oserei dire fin dall’infanzia, comunicano all’individuo che deve stare attento a non sbagliare, perché se sbaglia paga. Se sbaglia diventa cioè quello che gli americani definiscono un loser, un perdente. I bambini americani imparano presto la parola loser, e sarebbe piuttosto stupido considerare l’Europa un’isola felice, a questo proposito.
Ma allora, se tutto questo è vero, se cioè accettiamo l’idea che è sempre nella sfera economica che nascono le contraddizioni che plasmano gli individui e che muovono la storia, allora è chiaro che un partito che si propone quale veicolo delle istanze dei movimenti sociali avrà successo solo se saprà orientare le

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