Monicelli, e i compagni allegri

Intervistare Mario Monicelli è una delle esperienze più divertenti che possano capitare a una giornalista pur di lungo corso. Il grande regista italiano – uno dei primi firmatari dell’appello promosso da Rifondazione comunista per il Partito della sinistra europea – ci riceve nel suo monolocale romano, nel pieno del Rione Monti: poco meno o poco più di sessanta metri quadrati, arredati molto sobriamente. «Tutti con mobili Ikea» precisa «Che son così comodi». In altre epoche, è evidente, ha abitato in magioni ben più ampie e lussuose, quasi tutte legate alla sua vivace vita sentimentale. «Ogni separazione ha coinciso per me con un cambio di casa, e in genere la mia ex-compagna mi ha aiutato a metterla su. Alle donne piace…», racconta tra il serio e il faceto. Certo, non gli fa difetto quel che si chiamava il sense of humour, la capacità di guardare con raffinato distacco alle cose, ma anche – come definirla? – la genuina franchezza con la quale si rapporta alla realtà. Monicelli – forse non tutti lo sanno – ha 89 anni e li porta con la disinvoltura di un ragazzo: sta per cominciare a girare un nuovo film, Le rose nel deserto, tratto da un romanzo di Mario Tobino, che tratta della “sporca guerra” degli italiani in Libia. Alle spalle, ha oltre settant’anni di lavoro e alcuni tra i più grandi successi del cinema italiano – tanto grandi da aver spesso dato vita a espressioni entrate nell’uso comune, come l’Armata Brancaleone, i soliti ignoti o l’ottimo e abbondante della «Grande guerra». Una volta, gli ho sentito fare, nel corso di un’intervista radiofonica, un’affermazione tanto veritiera da apparire quasi scandalosa: «La sinistra non mi ha mai perdonato di aver fatto film di successo e divertenti». E’ un tema – il rapporto tra cinema, politica e impegno – che ritornerà anche nella nostra lunga chiacchierata. Che comincia dalla vita – e formazione – del grande regista.

Com’è stata la tua infanzia? Quali ricordi ne conservi?
Beh, sono ricordi molto vividi. Vengo da una famiglia borghese, nella quale si cresceva in un clima tutto sommato molto stimolante. Di nascita, sono toscano, viareggino, ma mio padre era di Ostiglia, Mantova, lo stesso paese di Arnoldo Mondadori di cui per altro diventò cognato. Era socialista e giornalista, fu anche direttore dell’Avanti. Durante la grande guerra diventò interventista, come molti socialisti, e subito dopo ebbe una “sbandata” di tipo nazionalistico – si mise a inseguire slogan tipo la vittoria tradita. Per fortuna – si fa per dire – ci fu il delitto Matteotti ad aprirgli gli occhi e a impedirgli di diventare un fiancheggiatore del fascismo. Quando poi diventò direttore del Resto del Carlino, entrò in conflitto con il regime, e finì con l’esser buttato fuori, emarginato. In casa mia, comunque, eran tutti giornalisti, o legati al mondo dell’editoria – tutti antifascisti nel privato e allineatissimi in pubblico, dove scrivevano ad ogni piè sospinto pezzi di esaltazione di Mussolini. Mario Missiroli era uno di questi. Mi ricordo bene, comunque, che si cominciò a dire prestissimo che il fascismo non poteva durare, che sarebbe caduto da un momento all’altro, che non ce la poteva fare per ragioni economiche. Un po’ quello che si dice oggi di Berlusconi.
Il fascismo tu l’hai vissuto tutto, dall’inizio alla caduta…
Avevo 7 anni e, in via Nazionale, dalla finestre del palazzo di Silvio D’Amico – una famiglia del “generone”, come si dice a Roma, dell’alta borghesia vaticana – vidi la marcia su Roma. La vidi distintamente – questi energumeni che passavano urlando e cantando, con le ossa incrociate sulle magliette e quel me ne frego che, allora, era una parolaccia violenta e trasgressiva. E’ una di quelle immagini che ti segnano per il resto dei tuoi giorni.
Il tuo rapporto con il cinema, la tua vocazione di “film-maker”, se così si può dire, è nata fin da allora?
Direi che è nata ancor prima. Era il 1920, in quel momento abitavamo a Roma, dove si viveva per strada, tutto il giorno, senza il traffico e senza le paure e i pericoli del mondo contemporaneo. Avevo cinque anni e passavo al cinema molti dei miei pomeriggi Mia madre mi metteva il cappellino, e col mio fratello più grande ci ficcavamo in un locale di Prati. Era un’emozione enorme, per un bambino, trovarsi di fronte a quelle immagini in movimento – mute, naturalmente. Di solito davano un lungo o mediometraggio, seguito regolarmente da una comica – Charlot, Stanlio e Ollio, Buster Keaton: era quella che mi faceva impazzire, e la vedevo due volte. Ma era anche la temperie emotiva che si respirava a coinvolgermi fino in fondo: la sala affollata fino all’inverosimile, il pubblico, sudato, ansimante che partecipava al film con assoluta intensità emotiva, scalpitava, commentava e gridava.. Il cinema aveva in fondo meno di una ventina d’anni di vita, era già popolarissimo ma era ancora un rituale relativamente nuovo. In genere, alla fine di questi pomeriggi esaltanti, tornavo a casa senza cappellino e mi prendevo, regolarmente, una scoppola. Comunque, credo che fin da allora avevo deciso che, in un modo o nell’altro, sarei entrato in quel mondo.
Magari fantasticavi di fare l’attore…
No, l’attore no, non ho mai pensato di farlo. Piuttosto, la mia fortuna è stata quella – a Viareggio – di avere come compagno di scuola il figlio di Gioacchino Forzano, librettista d’opera, autore teatrale, ed anche regista cinematografico. Così, grazie a questo “toscanaccio” simpatico, un po’ lazzarone (scriveva per il Duce, tra l’altro), ho cominciato a frequentare gli stabilimenti di produzione di Tirrenia, che avevano appena costruito all’interno di un bosco gigantesco. E via via ho cominciato a inserirmi – “dal basso”, come si dice. E così ho continuato. L’unica cosa che ho fatto nella vita, in realtà, è stato il cinema.
La decima arte, si è detto. Oppure, l’arte moderna del ventesimo secolo…
Un’Arte? Il cinema non è un’arte. Si può dire, forse, che è un’arte applicata, con alle spalle l’industria, che ha bisogno di molti strumenti – le immagini, la storia, la sceneggiatura, la fotografia, la musica e così via – e di molti autori. Normalmente si tende a sopravvalutare il regista, come se fosse l’unico “creatore” o “facitore” di un film, che è invece per sua natura un lavoro collettivo. Naturalmente, è vero che esso è stato, e sotto certi aspetti rimane, un “mistero magico”. Una Cosa che ti avvolge, sempre in fondo, appunto, un po’ misteriosa, nel suo farsi e nel suo arrivare in una sala buia. Ma l’arte vera, che che eleva lo spirito, passa attraverso altre forme, altre espressioni – la musica, la danza, la letteratura.
Tra i tanti film che hai fatto, hai qualche “figlio prediletto”?
Ci sono due miei film che amo particolarmente: L’Armata Brancaleone e I compagni. Nel primo siamo riusciti, mi pare, a raccontare un pezzo di storia in modo diverso, insolito, insomma il contrario di quello che ti insegnano a scuola. Nell’altro, i protagonisti erano operai, dentro una lotta e una condizione di vita difficili, dure, aspre. Ma visti anche come persone, come giovani, in tutti i loro momenti diversi, compresa la voglia di scherzare e di divertirsi…
Questo capacità di non separare, più di tanto, i momenti drammatici da quelli allegri, insomma il tragico dal comico, è una caratteristica costante, mi pare, del tuo cinema. Il quale ha sempre, o quasi sempre, messo in scena situazioni sociali drammatiche, o fatto emergere problemi seri, di fondo, della società italiana. Si potrebbe dire che si tratta di un cinema impegnato? O la definizione non ti pare calzante?
Francamente, non so se è giusto definire così i film che ho fatto. Essendo un uomo di sinistra, avendo una visione di sinistra del mondo – sono sempre stato iscritto al Psi e me sono andato quando è arrivato Craxi – ho cercato di rappresentare la realtà da una certa ottica. Che è stata ed è la commedia all’italiana: un genere molto preciso, che tratta di argomenti drammatici anche col sorriso. Un genere serissimo, in realtà, che si distingue nettamente dalla commedia corrente – per esempio, non ha il vincolo del lieto fine. E che si riallaccia a una cultura profonda del nostro paese – come la commedia dell’arte, le maschere, i pupi, la farsa (la cosa più difficile a farsi che ci sia). Non è vero che veniamo da lì e che lì è il meglio che abbiamo prodotto? Le tragedie della vita, il dolore, la morte – i funerali – hanno sempre costituito il “materiale” di più sofisticato (e tragico) umorismo. Pensa a che cos’è stato un attore come Sordi, il rappresentante autentico dell’italiano repellente, fascista, vigliacco, clericale. Pensa a Ruzante… Eppure, noi che facevamo la commedia all’italiana venivamo considerati come spazzatura. Roba di terz’ordine. Per essere sociale, un film doveva essere cupo, noioso, pesante. E gli operai? Gli operai, al cinema, venivano rappresentati secondo un rigido cliché: in genere, la storia era quella di un’operaia sedotta e abbandonata dal crudele figlio del padrone, poi arrivava il giovane operaio che la salvava, la amava, la redimeva e infine la sposava. I lavoratori erano sempre buoni, noiosissimi, cupi. Chi usava altre chiavi di lettura, veniva sistematicamente disprezzato. Oggi, c’è quasi l’eccesso opposto. Totò – col quale ho fatto il mio primo film vero, Totò cerca casa – è oggi considerato un genio. Anche dalla sinistra.
Quindi, in sostanza tu non credi in quello che si chiama “cinema d’autore”? Il cinema può essere o no un grande fatto culturale? O non rischia altrimenti di essere sottoposto in toto alle leggi del mercato?
Odio i cinefili: per esempio quelli che riscoprono tre inquadrature tagliate da un film di Dreyer e si appassionano a questo pseudoevento. Sono dei collezionisti, talora fanatici, che rovinano il cinema. Quanto al valore culturale dei film, ci sono, sì, alcuni esempi di grande valore culturale – iraniani, armeni… Ma sono rarissimi, secondo me. Il cinema è un fatto peculiare della modernità, non può prescindere dal mercato e dal successo. Il che non significa che tu non possa rappresentare attraverso di esso vicende significative e importanti della società.
E il tuo rapporto con la politica qual è stato ieri e qual è oggi? E come ti appare la sinistra?
Politica non l’ho mai fatta – salvo una volta che ho accettato una candidatura al Comune di Roma, ma non sono stato eletto. La sinistra – parlo di quella maggioritaria – mi appare oggi come una realtà molle, spesso inconsistente. Non è capace di dire cose nette neppure sulla guerra in Iraq – ho sentito pochi giorni fa che a Falluja i morti sono stati almeno seicento. Eppure si continua a parlare di “azioni terroristiche” contro l’esercito americano…
Forse si ha paura – hanno paura – di apparire “antiamericani”, che è uno dei ritornelli preferiti della destra.
Io non sono mai stato antiamericano. Ma anche questa storia che gli americani “ci hanno portato la libertà” – come ripete perfino il nostro presidente della Repubblica – mi ha proprio stufato. Ma non è stata l’Armata Rossa a sconfiggere la Wehrmacht? Non sono stati i russi, almeno per due terzi, anche con i loro venti milioni di morti, a liberarci dal fascismo e dal nazismo? Questa elementare verità storica, chissà perchè, scompare dalla polemica e dai giornali.
E l’Europa?
Sono un convinto europeista. Francia e Germania, almeno, la guerra non l’hanno voluta. Certo, Chirac non mi trascina, e nemmeno Schroeder… E nemmeno mi convince questo allargamento. Anche per questo spero che nasca una sinistra vera, quella che Bertinotti, mi pare, sta cercando di costruire. Mi raccomando, non perdete quello spirito battagliero che è la vostra carta vincente. Ed anche una necessità.

(a cura di Rina Gagliardi)

COMMENTO FORNITO

No Responses to “Monicelli, e i compagni allegri”

Leave a Reply:

Name (required):
Mail (will not be published) (required):
Website:
Comment (required):
XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>