Lo spartiacque del 29 maggio

Se il No dei francesi al Trattato costituzionale ha dato un duro colpo all’arroganza dei sostenitori del “pensiero unico” europeo, la negazione delle ragioni che lo hanno determinato può segnare una crisi irreversibile della politica, soprattutto a sinistra.

Se il No dei francesi al Trattato costituzionale ha dato un duro colpo all’arroganza dei sostenitori del “pensiero unico” europeo, la negazione delle ragioni che lo hanno determinato può segnare una crisi irreversibile della politica, soprattutto a sinistra.

Sarebbe bene almeno riconoscere che il 29 maggio segna uno spartiacque definitivo. Che indietro non si può tornare. Ciò, a dire il vero, accade in Francia. Chirac, pur sconfitto, ha accolto il risultato elettorale e si predispone a sostenere le ragioni del No nel prossimo Consiglio europeo, oltre ad aver prontamente cambiato il vertice del governo, da De Villepin a Raffarin, nell’estremo tentativo di salvare la sua malandata e litigiosa alleanza. Lo stesso Partito socialista, il cui elettorato ha largamente votato contro il Trattato, sta cercando una fuoriuscita da sinistra dalla sua crisi. E Fabius, ben prima del gruppo dirigente del suo partito, ha colto quest’esigenza, affermandosi come il candidato più accreditato per la prossima sfida presidenziale. La stessa sinistra radicale, guadagnata compattamente la vittoria, rilancia un progetto politico antilberista per tutta la sinistra.

Differente è il tenore delle reazioni fuori della Francia. Si oscilla tra la tentazione di isolare lo scomodo risultato transalpino, proponendo un’ottusa continuazione dei processi di ratifica negli altri paesi europei, e un maldestro ridimensionamento del valore del Trattato, che oggi non sarebbe più una pomposa Costituzione ma semplicemente una razionalizzazione degli accordi esistenti.

Nel nostro paese lo scenario, se possibile, è ancora più preoccupante. Faceva bene, ieri, Piero Sansonetti a denunciare la colossale mistificazione del valore di questo voto.

Passi l’antieuropeismo di alcuni settori della destra, per altro confortati da tanti stizziti commenti dei maggiori giornali italiani. Si comprende persino l’iniziale disorientamento di Prodi e Amato, che da un lato rimproverano a Chirac di aver scelto il confronto referendario e dall’altro esprimono la necessità di “tener conto” del terremoto francese.

Certamente è incomprensibile il commento di quelli che, a sinistra, si dividono tra antiamericani trinariciuti e amanti della “gauche caviar”. Gli uni e gli altri considerano irrilevante il testo del Trattato (forse perché il “popolo” non sarebbe pronto a giudicare il merito di un testo così complesso!) e disastrosa la prospettiva di una ridiscussione delle forme concrete attraverso le quali si costruiscono l’Unione. Sarebbe troppo facile ribattere al segretario dei Comunisti italiani che, forse, è il suo partito ad essere fuori dell’orizzonte politico della sinistra alternativa  e dei movimenti in Europa. Questi soggetti, che avrebbero fatto un favore a Bush anche a giudizio di tanti raffinati commentatori de Il Manifesto, sono quelli impegnati in una dura battaglia antiliberista e pacifista e siamo contenti di far parte di quella maggioranza della sinistra continentale, che si è riconosciuta nel progetto della Sinistra europea, convinta del danno che porterebbe un nuovo esercito europeo, per giunta sotto l’egida della Nato, e la costituzionalizzazione dei paradigmi della competitività e del libero mercato.

Al contrario il No è una grande occasione per ripensare ad un vero europeismo di sinistra. Anzi, è arrivato il momento di interpretare a sinistra questo risultato, al di là delle divisioni precedenti al voto di domenica scorsa. Non si tratta di rivendicare primogeniture, ma di costruire insieme un percorso per un’altra Europa. Le sinistre francesi, ma anche l’inedita convergenza della sinistra alternativa in Germania tra la Pds e la sinistra socialdemocratica di Lafontaine, ci dicono che è possibile. Intanto, sabato prossimo, la Sinistra europea si darà appuntamento a Roma per festeggiare il risultato referendario ad un anno dalla sua fondazione.

Si può, dunque, abbozzare una prima traccia di lavoro comune? C’è, sicuramente, la possibilità di rilanciare un processo costituente. E’ quindi assolutamente indispensabile proporre la sospensione delle ratifiche e la rinegoziazione del testo. In questa direzione va la proposta che ieri faceva Franco Russo, che prevede di sottrarre il potere costituente ai governi, per trasferirlo ad una procedura multilvello, tra cittadini e parlamenti nazionali e al parlamento europeo. Così si potrebbe tradurre nella sinistra italiana lo spirito che ha animato la manifestazione europea del 19 marzo, data in cui i No al Trattato superarono il 50% nei sondaggi, che chiedeva un’Europa di pace e sociale, con al centro la richiesta di  un immediato ritiro delle direttive Bolkestein e sull’orario.

Insomma, molto si può fare, a sinistra, per sperimentare forme e pratiche politiche che affrontino la drammatica frattura tra società e politica. Ci vuole un po’ più di lucidità nell’analisi e, soprattutto, molto coraggio. Il coraggio di pensare che l’antiliberismo e la democrazia radicale possano diventare il contenuto principale della nuova politica.

(Contributo di G.MIGLIORE)

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