Non per autocompiacimento, ma solamente per consapevolezza mi sento di affermare che questa volta – a differenza degli anni ’50 quando le sinistre tacquero e subirono l’iniziativa di Schuman, Adenauer e De Gasperi – il movimento no global è all’altezza della sfida costituente delle élites dirigenti europee che con il Trattato costituzionale e l’allargamento a dieci nuovi paesi stanno delineando il nuovo assetto dell’Unione. Anche Rifondazione comunista non si è chiusa nel territorio dello Stato nazionale e, con la formazione di Sinistra europea, ha definito un campo d’azione per un europeismo di sinistra, antiliberista e pacifista.
Processo regressivo
Sì, dobbiamo essere ben coscienti che non viviamo una fase politica normale, siamo nel mezzo di un processo costituente, purtroppo regressivo. Costituente, perché la guerra preventiva e permanente sta sovvertendo le relazioni sociali, istituzionali, e finanche etiche e personali, connotate tutte dal bellicismo e dalla violenza: il potere delle armi cerca di imporre la legge del più forte, della superpotenza Usa. Regressivo, perché è innanzitutto indotto e modellato dalle classi dirigenti, che si propongono di organizzare l’intera società secondo gli interessi dell’impresa e del mercato: la politica non è più neppure mediazione di interessi e contenimento dei conflitti, è la prosecuzione dell’economia con altri mezzi, e tra questi mezzi primeggia la guerra.
Nel Trattato costituzionale la pace non è tra i valori fondanti, mentre si affida al Consiglio europeo, al consesso cioè dei capi di Stato e di governo, il compito di delineare gli interessi e gli obiettivi strategici dell’Unione. L’Europa potenza e fortezza si ripresenta sulla scena mondiale, dove essa potrà compiere addirittura missioni di guerra preventiva, forte anche di una nuova Agenzia degli armamenti (si vedano gli articoli III-193, 194, 210, 212 del Trattato costituzionale). A ragione il movimento pacifista chiede l’assunzione dell’articolo 11 della Costituzione italiana – il ripudio della guerra – nella Carta europea. Il sogno borghese di una società commerciale – dove ogni ambito sociale oltre che economico sia regolato dallo scambio, dove ogni organismo sia guidato da criteri aziendali, e ogni persona sia imprenditore (al limite della propria forza-lavoro) – sembra sul punto d’essere realizzato. I fatti però ci dicono che l’attuazione di questo sogno si nutre di guerra e dominio, che la società commerciale, lungi dall’essere una società di eguali e di scambi equi, si alimenta di sfruttamento, di ricchezze sempre più diseguali e di gerarchie sociali. E’ Larry Siedentop, un liberale vieux style, a dire che il linguaggio dell’economia e della filosofia utilitaristica ha spiazzato il linguaggio e il mondo politici, dove le questioni del controllo del potere pubblico, della responsabilità e della partecipazione erano centrali (Democracy in Europe, Columbia University Press, p. 33). Al posto del cittadino sta ora il “cliente”, il “consumatore” e …il “litigante” nelle corti. E’ il portato della controrivoluzione liberista che ha prodotto privatizzazioni e Stato minimo, deregolamentazione e flessibilità del mercato del lavoro, mercificazione dei beni pubblici e cancellazione dei diritti del lavoro. Stato minimo visto che il sistema istituzionale è volto solo a far rispettare i contratti, a proteggere i diritti di proprietà e le regole della concorrenza.
Il mercato paradigma
L’allargamento ai nuovi dieci paesi, di cui otto dell’ex blocco sovietico, sono una nuova frontiera del capitale, che lì ha sostituito le vecchie forme di dominio burocratico e di casta con quelle di una rinnovata accumulazione capitalistica primitiva, quanto violenta: la tassazione del reddito d’impresa in Estonia è zero, in Lituania è al 15%, in Lettonia, Slovacchia e Polonia al 19 % – in Italia al 34% e in Germania al 38%; il salario mensile medio in Polonia è di 507, in Estonia di 411 euro. Le cronache sono piene di appropriazioni illecite, quando non mafiose, di ricchezze. Un nuovo Sud dell’Unione continuerà ad alimentare i processi di decentramento produttivo, per competere con quella piattaforma mondiale dell’industria che è la Cina. La costruzione della Comunità, prima, e dell’Unione europea dopo ha via via accentuato il ruolo del mercato e dell’impresa, divenuti gli “ordinatori” delle relazioni economiche, sociali e istituzionali. Siamo ormai di fronte a una costituzione economica che ha rovesciato i principi delle Carte costituzionali del Novecento. L’articolo 4 del Trattato Cee – quello che prescrive il coordinamento delle politiche degli Stati membri conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza – è stato assunto nel Trattato costituzionale (articolo III-69), confermando così il mercato come paradigma costituzionale, guida delle azioni dell’Unione e parametro dei giudizi della Corte di Lussemburgo. Il dominio dell’economia sulla società, quell’economicismo così caratteristico della cultura borghese trova una sua strumentazione nell’articolo 28 del Trattato Cee, definito a ragione l’economic due process clause, e nel Trattato di Maastricht prescrittivo della stabilità dei prezzi e del contenimento della spesa pubblica, leve della destrutturazione del welfare state, della deregolamentazione del mercato del lavoro che si spinge fino alla cancellazione dell’azione collettiva tramite la “libera” e individuale contrattazione tra le parti. Il mercato interno – con la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali – rimane il centro della politica e delle istituzioni dell’Unione.
Controllo e potere
Il liberismo nasconde, però, controllo e potere. Chi si sposta per lavoro dai paesi dell’Est dovrà sottostare a vincoli simili a quelli di Schengen: così più di un milione di persone di paesi membri dell’Unione saranno cittadini di serie B, che non godranno del diritto di circolazione per un periodo dai due ai sette anni. Ce ne sono altri 20 milioni, di casta ancora inferiore: sono gli immigrati senza diritti di cittadinanza. Questa, è detto all’articolo 8 del Trattato Costituzionale, deriva e si somma alla cittadinanza degli Stati. Così si ribadisce il vincolo tra Stato-nazione e cittadinanza. Questo vincolo va reciso per dar vita a una cittadinanza di residenza, che è l’attuazione di un antico, quanto irrealizzato, principio, quello dell’uguale dignità di ogni essere umano, e la via verso una cosmopolis europea. Al dominio dell’economia di mercato si vanno contrapponendo movimenti che individuano nuovi parametri per l’allocazione delle risorse: la gestione democratica dei beni comuni – terra, acqua, energia – e il well-being delle persone, condizione necessaria della loro libertà e differenza. I diritti sociali e del lavoro sono parte integrante, e fondante, di questa nuova frontiera della società.
La Costituzione europea non può essere regolamento del mercato e organizzazione dei poteri, essa deve prescrivere i diritti fondamentali della persona, gli unici in grado di legittimare le istituzioni pubbliche e fondare la reciproca obbligazione politica. Il Trattato costituzionale dei governi non frenerà la lotta per la democrazia costituzionale
(Contributo di F. RUSSO)
