La Sinistra Europea

28 febbraio 2011

Per carità! ‘' Piovono rane – Blog – L’espresso

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Per carità! » Piovono rane – Blog – L’espresso. fotografia web da redazione N.R. Il famoso prestigio del nostro premier all’estero oggi è ben sintetizzato dall’intervista che Paolo Valentino, sul Corriere, fa al presidente (di destra) cileno Sebastian Piñera, alla vigilia del suo viaggio a Roma. Ora, si sa che prima di un viaggio diplomatico [...]

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Trasporto locale, dopo i tagli della Regione il Comune di Teramo cimette una pezza

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TERAMO. Dopo le proteste delle scorse settimane ripartono alcune corse dei bus sul territorio comunale.


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LIBIA: GHEDDAFI NOMINA NEGOZIATORE PER TRATTARE CON RIBELLI

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28/02/2011 17:59 | POLITICAINTERNAZIONALE

(ANSAMED) -WASHINGTON, 28 FEB – Gheddafi ha incaricato il capo dell’intelligence di trattare con i ribelli. Si tratta di Bouzaid Dordah. Lo riferisce la tv Al Jazira. Intanto la Casa Bianca ha affermato che l’esilio del leader libico è una possibilità e che ‘tutte le opzioni restano sul tavolò. Il portavoce Carney ha aggiunto che gli Usa sono in contatto con alcuni gruppi di ribelli. Possibile la creazione di una zona ‘no-fly’. Londra valuta l’uso di mezzi militari. L’Italia pronta ad offrire Sigonella per gli aiuti umanitari

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Marco Travaglio: Abbiamo una barca

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28/02/2011 17:03 | POLITICAITALIA

News imageNelle inchieste sulla malasanità pugliese, Vendola è stato archiviato e D’Alema non è neppure indagato. Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Non basta non commettere reati per essere buoni politici e amministratori.

Intendiamoci. C’è una bella differenza tra la giunta Vendola – che caccia l’assessore alla Sanità Alberto Tedesco appena indagato e azzera la giunta quando viene arrestato il vicepresidente Nicola Frisullo – e il governo B. che fa ministro l’ex governatore Fitto pluriindagato per tangenti. Ma la pietra di paragone per giudicare i politici non può essere il governo più malavitoso della storia d’Europa, al cui confronto Al Capone pare una dama di carità. Né ci si può difendere con la modica quantità di conflitti d’interessi.

Da ieri sono pubblici gli atti delle due indagini della Procura di Bari: quella che ha portato alla richiesta di arresto per il senatore Tedesco; e quella che s’è chiusa con l’archiviazione di Vendola. Carte che vanno lette con attenzione da chi pensa che Vendola sia l’alfiere della Nuova Politica e D’Alema la testa più fine del Pd. Si è molto malignato, a torto, sulla frase intercettata del governatore che vuole cambiare una legge regionale per nominare un suo uomo: non si trattava di abolire un reato, ma di rimuovere un ostacolo burocratico alla nomina (discrezionale, ma legittima) di un elemento ritenuto valido.

Il guaio è un’altra nomina: quella dell’ex craxiano e poi dalemiano Tedesco, i cui figli posseggono società fornitrici di protesi ortopediche alle Asl. Un conflitto d’interessi gigantesco che, anziché un handicap, diventa un requisito per diventare assessore proprio alla Sanità. D’Alema lo raccomanda, Vendola esegue. Questa si chiama “culpa in eligendo” e “in vigilando”.

E Vendola non può nascondersi dietro al fatto che – come dice al nostro giornale – “Tedesco mi era stato rappresentato come l’unico profilo di alta competenza sulla sanità pugliese… era apprezzato in ambienti sanitari”. Ma certo che era competente e apprezzato: le ditte dei figli lavorano da una vita per la sanità pugliese! Quando poi Vendola aggiunge che “a inizio mandato Tedesco mi garantì che avrebbe sciolto il conflitto d’interessi”, vien da domandarsi se ci è o ci fa: non ci voleva la Cia per scoprire se la famiglia del neoassessore avesse venduto le aziende o no. Naturalmente non lo fece, anzi risulta dagli atti che fece man bassa di appalti.

Se ne accorse il principale concorrente, Gianpi Tarantini, che racconta ai pm come tentò di restare nel giro delle protesi: appoggiando i dalemiani e, grazie a Roberto De Santis, imprenditore amico e “socio di barca” di D’Alema, agganciando lo stesso Max. “Due week-end in barca nel 2007, uno a Ponza l’altro in Salento” e la famosa cena elettorale del 2008 pagata a D’Alema e a tutti i vertici regionali della sanità pugliese: “La finalità della cena era per noi quella di invitare i primi dirigenti delle Asl, i primari, e fare bella figura facendo vedere che c’era il Presidente D’Alema… Volevo sponsorizzare il Pd… per essere accreditato… a lavorare nella sanità”. C’era anche il sindaco Emiliano, che dice (ma Gianpi smentisce) di aver subito consigliato a D’Alema di allontanarsi, visto chi pagava il conto.

Lo stesso Tarantini, sentendosi boicottato dal “concorrente” Tedesco, mise a disposizione il suo harem di squillo (le stesse di Palazzo Grazioli) al vicegovernatore Frisullo, pure lui dalemiano, pure lui arrestato. Frisullo e Tedesco (uno finito in carcere, l’altro latitante in Parlamento) ingrossano la lunga lista delle imbarazzanti frequentazioni di D’Alema. Ma pure Vendola dimostra scarsa capacità nella scelta dei collaboratori, e proprio in un settore cruciale come la sanità. Entrambi manifestano una drammatica insensibilità ai conflitti d’interessi che, diversamente dai reati, erano lampanti fin da subito. Sarà mica per questo che la sinistra non ha mai risolto quello di Berlusconi? Difficile attaccare, se sei attaccabile.

FONTE: Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2011

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Jacopo Fo: Comuni che tagliano le spese triplicandole

28/02/2011 16:59 | ECONOMIAITALIA

News imageAlle porte di Bologna la Rossa, 9 comuni rossi hanno deciso che possono fare a meno dell’assistenza ai disabili e ai minori a rischio.

Quel che avviene oggi a Casalecchio e dintorni è la fotocopia di operazioni simili in molti comuni (di sinistra e di destra)… si privatizza per risparmiare e si chiudono i servizi. Trovo che questa sia una scelta sbagliata, che aumenterà i costi invece di diminuirli, e cerco ora di dimostrarlo facendo qualche conto.

Il problema di questi sindaci è tagliare 1 milione e settecentomila euro all’anno. Cosa fanno?

Innanzi tutto spendono più soldi. Un anno fa creano l’Azienda Speciale Consortile, Asc, quindi dal 2010 pagano nuovo dirigente e un nuovo Consiglio di Amministrazione, si affitta una sede, nuovi mobili, ci si carica di altre spese di gestione. Secondo alcuni lavoratori che ho interpellato si avvia una macchina che costa almeno 140 mila euro l’anno (difficile verificare i bilanci che, come al solito, sono nebulosi). Nel frattempo i vecchi dirigenti della Asl che si occupavano di questo settore non si sono vaporizzati ma sono ancora tutti alle dipendenze Asl…

Finisce il 2010 e si inizia a parlare di 15/20 operatori da licenziare (gente che prende 1.000 euro al mese). E così si arriva a chiudere un servizio che presta aiuto, tra l’altro, a circa 200 minori all’anno, oltre a un notevole numero di adulti in difficoltà e disabili.

Ora, bastano i conti della serva per capire che si tratta di darsi la zappa sui piedi.

Ma prima di fare questo semplice calcolo aritmetico vorrei dire che non stiamo parlando di un servizio sociale a caso. Stiamo discutendo di una delle migliori strutture d’Italia. Un gruppo di lavoro che funziona veramente. E’ una struttura che conosco da 20 anni. Una squadra che è riuscita a organizzare progetti straordinari, trovando autonomamente finanziamenti dell’Unione Europea e portando veramente i ragazzi che vivevano situazioni domestiche allucinanti, tra povertà e follia, a rifarsi una vita. Si sono occupati di curarli, di proteggerli, di formarli, di fargli fare esperienze eccellenti, dagli scambi culturali in tutta Europa ai seminari di arte e ecologia ad Alcatraz.

Parliamo del primo gruppo di operatori sociali che sia riuscito in Italia a creare una vera sinergia tra scuola, amministrazione pubblica e forze dell’ordine, arrivando a sviluppare un prevenzione del crimine e un controllo sociale del territorio grandiosi (incredibile ma vero, troppo spesso le istituzioni non dialogano, non condividono le informazioni e non agiscono in modo sinergico).

La domanda aritmetica è: quanto vale questo lavoro?

Difficile valutare quanto risparmio produca per la collettività uno scippo evitato o un ragazzo che non va a sbattere in moto. Quindi lasciamo perdere le implicazioni più generali del lavoro di assistenza sociale, che comunque ci sono e sono sostanziose… Conteggiamo solo le spese dirette del Comune.

Ad esempio, nel distretto di Casalecchio di Reno c’è il Comune di Meraviglia, di medie dimensioni: qui sono stati spesi circa 60.000 euro l’anno per interventi educativi di prevenzione sul territorio. In 10 anni 600.000 euro. Sono stati seguiti 15 minori l’anno. Negli ultimi 10 anni, 150 minori (4.000 €/anno). Negli ultimi 10 anni sono stati evitati almeno 12 allontanamenti di minori. La durata media di un collocamento in struttura è di tre anni, con un costo di 45.000 € /anno. Il Comune di Meraviglia non ha speso 1.620.000 euro.

Totale speso € 600.000

Rischio di spenderne € 1.620.000

Risparmio € 1.020.000

Lo stesso identico discorso lo potremmo fare per casi di aduti emarginati o per il settore disabilità: prevenire è più economico che curare. Un disabile lasciato a sé stesso e ai mezzi della sua famiglia, a volte già in difficoltà, avrà molte più probabilità di perdere autosufficienza o di essere abbandonato, e quindi finire a pesare totalmente sull’assistenza pubblica. Anche qui conviene prevenire l’acuirsi del disagio…

Questi discorsi sono comprovati da svariate ricerche. Ad esempio ho collaborato con una cooperativa sociale dell’area di Treviso che, confrontando i costi dei Comuni che investivano in assistenza ai disabili dando vita ad attività ricreative, culturali e di inserimento nel lavoro, spendevano realmente meno dei Comuni che si limitavano a fornire ricoveri nei casi che si aggravavano.

E solo pochi giorni fa, proprio sulla home del Fatto online, campeggiava un articolo di Luigi D’Elia e Nicola Piccinini che, sulla base di dati statistici inglesi, sosteneva il valore economico della prevenzione e dell’assistenza, anche per situazioni come la depressione e il disagio mentale: “in Gran Bretagna sono stati gli economisti a occuparsi di depressione: per una persona depressa, un anno senza sintomi costa – stimano gli economisti inglesi – 1000 euro di psicoterapia, ma fa guadagnare 8000 euro alla collettività per resa lavorativa. Psicoterapia, non farmaci. Psicoterapeuti, non antidepressivi…”.

Che dire: sono sufficienti le prove?

E adesso chi si occupa di fermare i tagli alla prevenzione nel distretto di Casalecchio di Reno? Perché Bersani lo deve spiegare come si fa a parlare di un progetto per riformare il Sistema Italia, razionalizzare la spesa pubblica e rilanciare l’economia, e al contempo agire raddoppiando i costi reali del disagio buttando a mare quello che nelle amministrazioni rosse funziona meglio.

Vizi privati e pubbliche virtù? Certo, il bunga bunga di Gheddafi è peggio, ma anche questo sbaracca sbaracca di sinistra mi fa girare i Santissimi…

Ps: Prima di tagliare i soldi per i disabili e i ragazzi a rischio, avete tagliato le spese per l’illuminazione pubblica e le caldaie? A Padova, con il professor Fauri dell’Università di Trento abbiamo tagliato un milione e mezzo di euro intervenendo solo su illuminazione pubblica e riscaldamento… Il Comune ha realizzato l’intervento senza sborsare un euro grazie al sistema delle società energetiche Esco (finanziamento risparmio per conto terzi).

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GLI USA SI SCHIERANO DAVANTI ALLA LIBIA

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28/02/2011 18:05 | POLITICAINTERNAZIONALE

Il Pentagono, in attesa di una decisione della Casa Bianca, ha ridispiegato le sue forze attorno alla Libia per essere pronta ad ogni eventualità. Tra le altre unità avvicinate al teatro libico la portaelicotteri d’assalto Kearsage, con a bordo un contingente di oltre 1.800 Marines. la nave trasporta 5 caccia bombardieri a decollo verticale Harrier, 42 elicotteri CH-46 Sea Knight e 6 SH-60F Seahawk.

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Prezzo della Crisi del 28-02-2011: ‘Come Schumacher ma per quattro euro l’ora’

28/02/2011 19:31 | LAVOROITALIA

News imageDomani in Puglia la protesta dei collaudatori di Nardò. Saranno ricevuti dall’assessore Loredana Capone

di Vittorio Bonanni

Tutti conoscono più o meno i compensi milionari dei piloti di Formula 1. Si tratta di vere e proprie cifre da capogiro, del resto non tanto diverse da quelle di altre categorie dello sport agonistico. L’unica attenuante, si fa per dire, riguarda i rischi che queste persone corrono, comunque negli ultimi anni fortunatamente ridotti grazie ai passi avanti fatti in termini di sicurezza. Ma tutto questo ragionamento non vale per i collaudatori e in particolare per quelli delle cooperative All Service ed Italian Job che lavorano appunto come tali presso la pista di Nardò (Lecce). Domani, in concomitanza con la riunione del Consiglio regionale della Puglia, che si terrà in via Capruzzi, a Bari, verrà organizzato un presidio dei dipendenti della All Service ed Italian Job. Denunciano di essere sottopagati, 4 euro all’ora (una collaboratrice domestica ne guadagna circa il doppio), pur essendo obbligati dal loro lavoro a condurre auto a 300 km all’ora «in condizioni estreme e turni massacranti». I lavoratori chiederanno di essere ricevuti e ascoltati dal vicepresidente della giunta pugliese e assessore alle Attività produttive, Loredana Capone. «La paga così bassa – spiegano in una nota i lavoratori Cobas – è dovuta al fatto di lavorare con cooperative che in realtà altro non sono che l’interfaccia della Nardò Technical Center che gestisce la pista di Nardò». «Nel 2009 con decisione unilaterale l’azienda – si spiega in una nota – ha messo in cassa integrazione i propri dipendenti e ha rotto l’appalto con le cooperative (nonostante fosse fino al 2011). Qui inizia il dramma per questi dipendenti: quelli della All Service vanno in cassa integrazione in deroga e quelli della Italian Job rimangono senza reddito». «A ciò va aggiunto che grazie ad un indegno accordo sindacale si stabilisce – viene sottolineato – che chi vuole lavorare può farlo solo con l’interinale e a discrezione aziendale (della N.T.C.) con l’immaginabile ricattabilità dei lavoratori». «La N.T.C. – si rileva – ha goduto tra l’altro di un finanziamento pubblico regionale di circa 9 milioni di euro in contraccambio di sviluppo industriale comprese nuove assunzioni dirette». Insomma i soliti intrecci di appalti e subappalti che ormai sembrano regnare sovrani in ogni contesto lavorativo, con l’aggravante che in questo caso stiamo parlando di lavoratori che necessariamente per svolgere quel tipo di attività sono sottoposti ad uno stress fisico e psichico del tutto particolare compensato con una vera e propria elemosina. Speriamo che la giunta di sinistra presieduta da Vendola dia loro ascolto e li aiuti ad uscire da una situazione paradossale.

Leggi tutti i prezzi della crisi…

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Soldati per tutta la vita

Marco Cedolin

Il documentario Warology, operazione l’altra guerra, di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, da poco disponibile nelle librerie italiane, offre lo spunto per una serie di riflessioni interessanti sul tema della guerra, suggerendone l’osservazione da angolazioni differenti rispetto a quelle a cui siamo abituati ed intuendone le evoluzioni all’interno di una società soggetta a mutazioni tanto rapide quanto radicali.
Il concetto stesso di guerra, travalica i confini dello scontro fra eserciti di opposte fazioni, per entrare nell’individualità di ciascuno di noi, dove tutti ci ritroviamo a rivestire il ruolo di “soldati” dalla culla alla morte, soggiogati dal dogma della competizione che ci viene inculcato fin dalla più tenera età, quale unica maniera di rapportarci con i nostri simili.
La guerra assurge così, ogni giorno di più allo stato di modus vivendi. Siamo in guerra in ufficio con i nostri colleghi, nel traffico cittadino con l’automobilista che ci affianca al semaforo, al ristorante con le coppie di amici insieme alle quali condividiamo il desco, in palestra con chi fa ginnastica accanto a noi, in famiglia con il coniuge, i figli, i genitori.
In ossequio all’assioma secondo cui l’unica forma di esistenza considerata soddisfacente passa attraverso l’imperativo di competere, combattere e risultare vincenti, iniziamo a vestire la divisa fra i banchi dell’asilo e la portiamo addosso, come una seconda pelle, per tutto il corso della vita, senza mai togliercela, neppure negli ultimi anni della senescescenza. Con tutto il suo corollario di vittorie e di sconfitte, che troppo spesso rappresenta un fardello dal peso insostenibile…..

La guerra viene inculcata dentro di noi attraverso l’educazione e la propaganda mediatica (che ne è parte integrante) e ci rende strumenti al suo servizio e molto opportunamente in Warology si afferma che “se ciascuno di noi decidesse di non far più guerra a quelli che ha intorno, probabilmente la cosa risulterebbe favolosamente contagiosa.”
Ma le guerre del futuro non contempleranno necessariamente le azioni militari e l’uccisione del nemico, al fine di ottenere la conquista dei territori. Saranno anche guerre condotte da eserciti invisibili che usano l’arma della manipolazione di massa, per soggiogare, anziché uccidere, i nemici/consumatori e conquistare sempre nuove fette del mercato globale. Sostituendo così il rischio di perdere la vita di fronte ad una baionetta, con quello di perdere la capacità di giudizio e la libertà di scelta di fronte ad uno schermo lcd.
La sfida rimane sempre quella di riuscire a liberarci dal nostro destino di vittime sacrificali, acquisendo conoscenza e consapevolezza dei fili invisibili che guidano la nostra esistenza, affinché essa sia funzionale agli interessi dei burattinai. E’ possibile reagire ai condizionamenti, anche qualora ci tempestino fin dalla più tenera età, ma l’operazione costa sudore e fatica e svestire i panni di vittima è difficile almeno quanto svestire quelli da soldato, soprattutto per noi che vittime e soldati lo siamo contemporaneamente.
L’umanità è infine in guerra anche contro la biosfera che la ospita. La natura, il clima, gli animali, sono nemici da soggiogare e piegare alla nostra volontà, attraverso l’arma della tecnologia. E più la tecnologia diventa potente e sofisticata, più l’uomo acquisisce il convincimento di avere vinto sempre nuove battaglie, senza rendersi minimamente conto che sta perdendo l’unica guerra che conti, quella per la sopravvivenza.
Ma anche la natura, attraverso il controllo climatico e la manipolazione batteriologica, può diventare un’arma micidiale, dal momento che cicloni, terremoti ed epidemie hanno potenzialità distruttive superiori a quelle degli ordigni atomici. Facendo si che ogni percorso circolare ci riporti al punto di partenza, a quella guerra che ci hanno addestrato a vincere, pur sapendo che all’interno di ogni guerra si cela solamente la sconfitta.

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Studiare fino alla laurea Tutta salute!

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A cosa sono serviti tanti anni di studio universitario per ottenere quel tanto sospirato ‘pezzo di carta’? Sono molti i giovani che, scoraggiati da un mondo del lavoro che spesso non premia la preparazione, si pongono questa domanda. Eppure, la laurea [...]. Alessia Ferla … Il presente articolo è originariamente pubblicato su http://www.informasalus.it/it/articoli/studio-salute.php

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Soldati per tutta la vita

Marco Cedolin

Il documentario Warology, operazione l’altra guerra, di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, da poco disponibile nelle librerie italiane, offre lo spunto per una serie di riflessioni interessanti sul tema della guerra, suggerendone l’osservazione da angolazioni differenti rispetto a quelle a cui siamo abituati ed intuendone le evoluzioni all’interno di una società soggetta a mutazioni tanto rapide quanto radicali.
Il concetto stesso di guerra, travalica i confini dello scontro fra eserciti di opposte fazioni, per entrare nell’individualità di ciascuno di noi, dove tutti ci ritroviamo a rivestire il ruolo di “soldati” dalla culla alla morte, soggiogati dal dogma della competizione che ci viene inculcato fin dalla più tenera età, quale unica maniera di rapportarci con i nostri simili.
La guerra assurge così, ogni giorno di più allo stato di modus vivendi. Siamo in guerra in ufficio con i nostri colleghi, nel traffico cittadino con l’automobilista che ci affianca al semaforo, al ristorante con le coppie di amici insieme alle quali condividiamo il desco, in palestra con chi fa ginnastica accanto a noi, in famiglia con il coniuge, i figli, i genitori.
In ossequio all’assioma secondo cui l’unica forma di esistenza considerata soddisfacente passa attraverso l’imperativo di competere, combattere e risultare vincenti, iniziamo a vestire la divisa fra i banchi dell’asilo e la portiamo addosso, come una seconda pelle, per tutto il corso della vita, senza mai togliercela, neppure negli ultimi anni della senescescenza. Con tutto il suo corollario di vittorie e di sconfitte, che troppo spesso rappresenta un fardello dal peso insostenibile…..

La guerra viene inculcata dentro di noi attraverso l’educazione e la propaganda mediatica (che ne è parte integrante) e ci rende strumenti al suo servizio e molto opportunamente in Warology si afferma che “se ciascuno di noi decidesse di non far più guerra a quelli che ha intorno, probabilmente la cosa risulterebbe favolosamente contagiosa.”
Ma le guerre del futuro non contempleranno necessariamente le azioni militari e l’uccisione del nemico, al fine di ottenere la conquista dei territori. Saranno anche guerre condotte da eserciti invisibili che usano l’arma della manipolazione di massa, per soggiogare, anziché uccidere, i nemici/consumatori e conquistare sempre nuove fette del mercato globale. Sostituendo così il rischio di perdere la vita di fronte ad una baionetta, con quello di perdere la capacità di giudizio e la libertà di scelta di fronte ad uno schermo lcd.
La sfida rimane sempre quella di riuscire a liberarci dal nostro destino di vittime sacrificali, acquisendo conoscenza e consapevolezza dei fili invisibili che guidano la nostra esistenza, affinché essa sia funzionale agli interessi dei burattinai. E’ possibile reagire ai condizionamenti, anche qualora ci tempestino fin dalla più tenera età, ma l’operazione costa sudore e fatica e svestire i panni di vittima è difficile almeno quanto svestire quelli da soldato, soprattutto per noi che vittime e soldati lo siamo contemporaneamente.
L’umanità è infine in guerra anche contro la biosfera che la ospita. La natura, il clima, gli animali, sono nemici da soggiogare e piegare alla nostra volontà, attraverso l’arma della tecnologia. E più la tecnologia diventa potente e sofisticata, più l’uomo acquisisce il convincimento di avere vinto sempre nuove battaglie, senza rendersi minimamente conto che sta perdendo l’unica guerra che conti, quella per la sopravvivenza.
Ma anche la natura, attraverso il controllo climatico e la manipolazione batteriologica, può diventare un’arma micidiale, dal momento che cicloni, terremoti ed epidemie hanno potenzialità distruttive superiori a quelle degli ordigni atomici. Facendo si che ogni percorso circolare ci riporti al punto di partenza, a quella guerra che ci hanno addestrato a vincere, pur sapendo che all’interno di ogni guerra si cela solamente la sconfitta.

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Caos Libia

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Caos Libia

di Italo Romano
Oltre la Coltre

Le notizie che ci giungono dalla Libia non sono confortanti. Niente è confermato, anzi spesso queste sono prontamente smentite. Una cosa appare certa, è in corso una vera e propria guerra. Tutto ciò che riusciamo ad apprendere è grazie ai social network anche se secondo alcune fonti la rete libica risulta isolata. La cappa mediatica ha avvolto la Libia, se volutamente o meno non sta a me dirlo. Protrebbe essereci premeditazione. Dubbio pertinente.

Il leader libico Gheddafi a quanto pare si trova ancora nel “suo” paese, anche se in rete è stato diffuso un video che accerterebbe la fuga del dittatore e del suo entourage tra le dune del deserto nord africano. Sembrerebbe davvero un corteo presidenziale che fugge a gambe levate, ma non c’è nessuna certezza. Difatti la televisione libica ha diffuso altre immagini di Gheddafi, mentre saliva a bordo di un fuoristrada nella sua residenza-caserma di Bab Al Aizizia, inoltre ha trasmesso un discorso lampo di 22 secondi del dittatore, dove Gheddafi smentiva le voci di una sua presunta fuga in Venezuela. Potrebbe essere un nastro precedentemente registrato. Comunque sia, è in corso una guerra mediatica, un braccio di ferro tra i network internazionali e le locali televisioni in mano al dittatore libico.

Un altro video, già rimosso da youtube a causa dei suoi contenuti cruenti, avrebbe mostrato la fine che attendeva i soldati che si rifiutavano di sparare sui manifestanti. Bruciati, al rogo. Difatti si parla di bombe sulla folla, di raid aerei sulla città, una strage degli innocenti. Purtroppo per ora non vi è nessuna certezza, nessuna conferma, di quello che sta avvenendo a Tripoli, le fonti sono incerte e poco attendibili. Per quanto ne sappiamo può essere che l’esercito di Gheddafi stia sparando sulla popolazione inerme, come pure che stia combattendo contro gruppi armati organizzati che mirano al comando del paese. Di certo non sarebbe il primo golpe militare nei paesi africani, e il colonello Gheddafi ne sa qualcosa, difatti, proprio lui nel 1969 si impossessò del potere tramite le forze armate. Al momento nessuna ipotesi può essere scartata.

Ultima tra le notizie apparse in rete, è quella secondo cui alcune portaerei italiane sarebbero attraccate nei porti libici. Questa nota è apparsa su Twitter, e ci sarebbero centinaia di soldati italiani pronti a sbarcare. Per fare cosa? Non lo sa nessuno. Sono li a difesa di Gheddafi? Oppure sono li per tutelare le multinazionali italiane che fanno affari miliardari nel paese del rais delle amazzoni? Se la notizia fosse confermata, bisognerebbe chiarire questo ulteriore punto.

Sono noti l’amore, la stima, l’ammirazione e il rispetto che Silvio Berlusconi (e non solo) ha verso il dittatore libico. Nei mesi scorsi è stato accolto in Italia da fanfare e troie di regime. E’ stato elogiato per la sua “profonda saggezza“, ci è stato presentato come una “persona intelligentissima, altrimenti non sarebbe al potere da oltre 40 anni“, gli sono stati rivolti inchini e bacia mani ed è stato riconosciuto come un “leader della libertà“. Ma conosciamo bene il metro di giudizio tutto italiano di libertà, non facciamoci meraviglia.

Gheddafi è un dittatore sanguinario, indifendibile, ma prima di sparare sentenze e alzare cori rivoluzionari, dovremmo capire realmente quello che sta avvenendo in quel dannato paese. Di certo non bisogna fidarsi dei corvi internazionali, bravi a puntare il dito contro i loro fantocci, mossi e rimossi come pedine su una scacchiera. I veri signori della guerra stanno nelle retrovie, e ad ogni bagno di sangue brindano con champagne e bon bon.

Non credo alle coincidenze, Tunisi, Cairo, Tripoli, sta per succedere qualcosa di grosso. Questo domino di pupazzi dittatoriali ha un senso ben preciso.

Segnalaci su:
Caos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos LibiaCaos Libia

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Video pubblicati da RNA – RETE NAZIONALE ANTINUCLEARE: NUCLEARE – NDS. …

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Video pubblicati da RNA – RETE NAZIONALE ANTINUCLEARE: NUCLEARE – NDS. NULLA DA SEGNALARE. Italian Version – Vol. 1 [HD] 1.

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Cinismo.

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- Terribile, la situazione in Libia!   xx…

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IL MANIFESTO – Liberismo di regime, la ricetta senegalese

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IL MANIFESTO. Aprire le porte del paese a qualsiasi multinazionale in una logica totalmente liberista. Cementificare città e periferie. Concentrare i poteri in poche mani, possibilmente le sue e quelle del figlio Karim: sono questi gli ingredienti della politica del presidente del Senegal al potere dal 2000, Abdoulaye Wade, 85 anni, stato di salute non [...]

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Fassino sarà il candidato sindaco primarie Torino con affluenza record – Torino …

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Fassino sarà il candidato sindaco primarie Torino con affluenza record – Torino – Repubblica.it. L’ex leader Ds ha doppiato l’avversario più temibile. Gariglio: “Da domani tutti uniti per vincere contro il centrodestra”. Soddisfazione nel Pd e nella coalizione per il numero dei partecipanti. Chiamparino: “Torino riabilita le primarie” di DIEGO LONGHIN e SARA STRIPPOLI Piero [...]

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Cittadini si diventava attraverso la militanza

27/02/2011 23:42 | POLITICAITALIA

News imagedi Michele Prospero

Il ruolo educativo che fu di quelle organizzazioni è messo a rischio dalla retorica del capo e dall’illusione mediatica

Con il vento minaccioso dell’antipolitica che ha sconvolto soggetti, spezzato memorie, infranto procedure, travolto organizzazioni pesanti, i partiti in Italia sono diventati degli oggetti estranei e in gran parte sconosciuti. Non si sono adattati, come altrove, alle sfide del tempo nuovo mutando organizzazione, progetto, radicamento. Sono stati spazzati via e ciò che oggi rimane delle antiche macchine è spesso un simulacro di partito. Nella vecchia Europa la crisi dei partiti è contingente. In Italia è strutturale.

Dopo le traumatiche congiunture degli anni ’90, i partiti tradizionali sono stati sostituiti da agenzie nuove, da surrogati di organizzazione che ormai, a quasi vent’anni di distanza dalla loro apparizione, non mostrano una grande vitalità nel tessuto sociale e non vantano una visibile capacità di istituzionalizzazione. Il solido impianto organizzativo dei partiti antichi si è sciolto e il liquido organismo che a intermittenza circonda capi senza macchina e senza un seguito mobilitato con gli schemi della appartenenza di massa non riesce a durare con apprezzabili impianti di elaborazione e decisione.

L’iperdemocrazia della selezione competitiva del capo, celebrata come efficace antidoto alla democrazia acefala dei partiti dileguati, indebolisce ancor più i partiti e produce effetti del tutto disfunzionali nella esperienza del governo parlamentare. Un capo alla testa di una amministrazione locale o regionale, magari al riparo da ogni vita associativa strutturata, può trionfare nel territorio, allestire con il monopolio del potere una propria macchina elettorale e proporsi come il possibile candidato premier. Il potere di persuasione che un sindaco o un governatore è in grado di esercitare sul ceto politico locale oggi è assai più consistente delle flebili invocazioni provenienti da un centro percepito come molto lontano e privo di strumenti coercitivi di dissuasione.

Nelle periferie maturano tanti meccanismi di potere pulviscolari che si riproducono senza alcun rapporto con il centro o progetto politico unitario. La sofferenza e le battute d’arresto che l’opera di ricostruzione del partito incontra, ridanno fiato alle illusioni della scorciatoia carismatica. Forte è l’illusione di affidare la rinascita a politici dell’immagine e dell’affabulazione. Le seduzioni carismatiche che oggi riaffiorano anche nelle culture più radicali e nella ubriacatura per le primarie (in un sistema parlamentare che non elegge alcun premier) imboccano i sentieri già interrotti di una fiacca politica dell’immagine e dell’affabulazione.

Tornare a ragionare in termini di partito non è perciò un velleitario esercizio di nostalgia ma la risposta più efficace al pendolo tra ciclo populista e bonaccia trasformista che si riaccende sovente nel sistema politico italiano. Anche in democrazie mature servono partiti come raccoglitori del consenso, come sorveglianti della indispensabile coesione parlamentare, come strutture di potere in grado di gestire la macchina pubblica, come soggetti collettivi portatori di identità. Con il loro operato nelle pieghe del sociale, i partiti rappresentano gli interessi, filtrano le opinioni, elaborano progetti, riducono la complessità. Senza rinunciare alle novità tecniche, alle necessità di una comunicazione politica specializzata, i partiti europei non conoscono una paralizzante deriva mediatica e leaderistica all’insegna di una imperante democrazia del pubblico che inghiotte i grandi temi del conflitto sulle finalità collettive nel piccolo tornante delle personali qualità di un capo affabulatore.

L’Italia con il suo leaderismo e con l’ossessione di rinvenire ovunque capi con la narrazione facile è in aperta controtendenza (rispetto alla vecchia Europa, non nei confronti di analoghe manifestazioni visibili nell’ex mondo comunista). Dopo il secolo del parlamento e della mediazione atomistica e il secolo dei partiti e della mediazione collettiva, ora si apre il tempo dell’opinione pubblica incantata da aspiranti capi portatori di favole belle e attorniata dai movimenti cognitivi sostenuti dai media vecchi e nuovi nell’illusione di una democrazia deliberativa ormai alle porte dopo la fine di ogni salda contraddizione. Si tratta di un nuovo senso comune che alimenta una tendenza forte e minacciosa che conduce spesso al trionfo dell’antipolitica.

Un moderno partito deve essere a più strati. Deve esprimere una sua cultura politica, non può darla in appalto ad insidiosi media amici che ne definiscono da tempo l’agenda, il sentire diffuso e persino la leadership. Deve formare attorno alla leadership, oltre alla componente dell’èlite politico-parlamentare, un gruppo dirigente coeso e responsabile di un progetto comune di innovazione. Dopo un ventennio di deliberato indebolimento della forza coesiva dei partiti, ridotti a meri fenomeni elettorali o a procedura istituzionalizzata per il mercato del voto, si pone il problema di arginare i variegati fenomeni di segmentazione, di localismo attraverso la ricostruzione di una unitaria logica di partito. Un ritrovato partito definisce una politica organizzata con soggetti provvisti di radicamento e cultura politica e quindi attrezzati a riproporre la funzione storica della mediazione tra Stato e società.

E’ stato come militanti che si è diventati cittadini. Ed è stato come lavoratore cosciente di un differenziale di potenza sociale da colmare con la lotta politica che la massa è entrata nella sfera della pubblicità. Il partito di massa ha costruito un intreccio fertile tra classe e popolo (tramite la sezione territoriale assumeva compiti di mobilitazione più ampi di quelli spettanti alla cellula aziendale: dall’economia il partito era indotto a occuparsi della politica e oltre all’impresa lambire lo Stato) e ha gettato delle ancore solide per arginare nel sociale spinte particolaristiche e fattori di aperta disgregazione. Il partito è stato il principale artefice di una società civile che, partendo dalla lotta per la soddisfazione dei bisogni, edificava grandi soggettività e agganciava in un modo inedito politica e cultura.

La società civile, depurata dal sistema dei bisogni e descritta come luogo dell’attivismo cognitivo di ceti lontani dalla preoccupazioni della produzione materiale e attratti dal desiderio o dalla fruizione estetica, viene contrapposta ai partiti visti invece come delle incomprensibili macchine portatrici di domande tradizionali ormai senza più senso. Nel laboratorio europeo la realtà di partito è in crisi rispetto all’età d’oro del partito di massa ma non si riscontra il trionfo di una alternativa della società civile al dominio dei partiti prevista dai teorici del postmoderno come un ineluttabile e liberatorio destino. Si rinviene anzi una persistenza di legami ideologici e reticoli organizzativi in sistemi che proprio per la sopravvivenza magari camaleontica del partito riescono a porre argini ai fenomeni del populismo e della seduzione carismatica. Nessun’altra organizzazione della società civile può assumere i compiti multifunzionali svolti dai partiti per oliare i dispositivi della rappresentanza e bloccare le tendenze all’atomismo sociale proprie della società dei consumi e della merce come forma dominante di ogni relazione.

LIBERAZIONE.IT

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Le cause dell’aumento dei prezzi e della crisi alimentare mondiale

27/02/2011 23:18 | ECONOMIAINTERNAZIONALE

di Egidio Bruneto e Joao Pedro Stedile

Militanti del MST e della Via Campesina

Nelle ultime settimane, sono circolati diversi articoli e commenti sulla crisi dei prezzi alimentari. La maggior parte delle analisi sono buone. Anche se alcuni sono intrappolati nella visione economicistica della domanda e dell’offerta. O di qualche problema di siccità o inondazioni in alcuni paesi, che in realtà non sono la causa dell’aumento dei prezzi alimentari.

All’interno del MST e della Via Campesina abbiamo formulato buone analisi, che rafforzeremo. Per questo stiamo condividendo con voi il nostro punto di vista come una sorta di riassunto delle cause del rincaro dei generi alimentari e della crisi alimentare che colpisce milioni di esseri umani, al di là dei miliardi di affamati che soffrono la fame ogni giorno, secondo la FAO.

1 – Il controllo oligopolistico che poche aziende hanno del commercio agricolo mondiale di prodotti importanti come soia, mais, riso, frumento, latte e carne, in quanto impongono una tassa, indipendentemente dal costo reale di produzione.

2 – La speculazione dei grandi investitori nelle Borse di prodotti agricoli di base ha convertito gli alimenti in mera corrispondenza commerciale. Si scrive sui giornali che sono già venduti in borsa i prossimi sette raccolti di soia del mondo. Hanno già proprietari, come la vendita di titoli.

3 – La speculazione finanziaria: molte banche investono i loro capitali volatili in prodotti agricoli di base, per proteggersi dalla crisi generale.

4 – La produzione agricola di biocarburanti, che hanno i loro prezzi a base al petrolio, finisce con lo spingere il tasso medio di profitto in agricoltura verso l’alto. E così, a causa dell’elevato prezzo di etanolo, salgono quelli di tutti i prodotti agricoli.

5 – L’elevato costo per trasformare milioni di tonnellate di grano in proteine animali. In altre parole, le élite chiedono più carne, e quindi parte della produzione di ortaggi, che potrebbero essere consumati dalla popolazione, è destinata agli animali e, quindi, va ad incidere sull’aumento del prezzo della carne.

6 – La privatizzazione dei servizi pubblici per l’agricoltura, che è stato trasferito al controllo delle multinazionali, si ripercuote anche sull’aumento di costo nel prezzo finale.

7 – Le legislazioni ambientali sulla salute e licenze di brevetti, implementate nel periodo dei governi neoliberali per favorire il controllo oligopolistico di alcune imprese sulla maggior parte dei prodotti che richiedono una trasformazione industriale, dà loro il potere di imporre prezzi.

8 – La regola generale imposta dall’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) dal 1994, ha trasformato gli alimenti in semplici mercanzie, che devono essere regolate unicamente dal mercato. E siccome il mercato è controllato da grandi multinazionali che hanno un impatto diretto sul prezzo.

9 – L’introduzione della proprietà privata dei semi geneticamente modificati impone una nuova matrice tecnologica con costi di produzione maggiori a beneficio delle stesse società che controllano il commercio di sementi e consumi agricoli.

10 – Vi è una frenesia di capitalisti in generale e di grandi imprese verso l’emisfero sud, per impadronirsi delle risorse naturali: terra, acqua, laghi, riserve di legname, ecc. e così scacciano le popolazioni autoctone e gli agricoltori in generale, imponendo la regola generale del dominio del capitale sul cibo.

11 – Negli ultimi due decenni con il processo di internazionalizzazione del capitale e delle imprese capitaliste, i prezzi degli alimenti si sono internazionalizzati. Questo determina che i parametri di produzione e dei prezzi non sono più il costo reale della produzione di alimentari di ciascun paese, ma si stabilisce un prezzo medio globale controllato dalle società, che esclude tutte le altre forme di produzione, locali, contadine, ecc.

Come si vede, la lotta per la sovranità alimentare che i moviment della Via Campesina in tutto il mondo hanno adottato come priorità è più che corretta, necessaria e urgente. La sovranità alimentare è la politica che ogni popolo, nella sua regione, città e paese, sviluppa per produrre il cibo necessario per sopravvivere. E che si esporti solo l’eccedente,ed importi solo quelloche va oltreil paniere familiare in linea con le loro abitudini alimentari.

Inoltre, tutti i nutrizionisti avvertono che le nostre diete devono dipendere dal cibo prodotto nei biomi in cui viviamo. Questo è ciò che garantisce la sana energia per la riproduzione di tutti gli esseri viventi nel loro habitat. Le multinazionali stanno trasformando il mondo in un unico grande supermercato, a base di soia e mais.

Ci auguriamo che le contraddizioni che il movimento del capitale di ogni giorno ci presenta, ci aiutino a conoscere la nostra base e la società in generale, per i cambiamenti necessari, per un nuovo modello di produzione agricola nel Brasile e in tutto il mondo.

Questa è il compito, per ora!

Fonte: http://www.sodepaz.org/soberania-alimentaria-mainmenu-14/16-noticias/1539-las-causas-del-aumento-de-precios-y-de-la-crisis-alimentaria-en-el-mundo.html

Tradotto da Alba Canelli per Selvasblog

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Tronti: «La sinistra riparta dalle idee e non dai leader”

27/02/2011 23:44 | POLITICAITALIA

News imageintervista a Mario Tronti filosofo, presidente del Centro per la riforma dello Stato

di Vittorio Bonanni

Non ha dubbi Mario Tronti. Per il filosofo, nonché presidente del Crs (Centro per la riforma dello Stato), la sinistra in Italia se vuole tornare a contare e a riappropriarsi di un’identità che sembra svanita nel nulla deve mettere in discussione la deriva personalistica che ha coinvolto tutti, sia il Pd che la sinistra radicale.

Professor Tronti, da quando inizia questo lento ma inevitabile abbandono della forma partito novecentesca da parte della sinistra italiana? Dalla caduta del Muro di Berlino o più tardi, con l’arrivo di Berlusconi, che certamente ha imposto un modello che in tanti poi hanno voluto imitare?

La deriva sicuramente comincia nei primi anni ’90. La caduta del Muro nell’89 ha senz’altro contribuito a mettere in crisi un apparato che si reggeva molto sulle forme organizzate della politica, soprattutto a sinistra. Però io penso che la vera crisi viene dopo, ed è molto dentro anche l’anomalia italiana. Perché poi negli altri paesi non c’è stato questo grande crollo della forma partito. I partiti sono rimasti più o meno in campo, tutti ricchi un po’ della propria tradizione sia pure in tono minore rispetto al passato. Invece qui è accaduto qualcosa secondo me molto prima della discesa in campo di Berlusconi. Ci fu una summa di cause: intanto il passaggio di Tangentopoli e la crisi dei partiti italiani, soprattutto di governo ma anche di quelli di sinistra che governavano localmente. Quello è stato un momento in cui i partiti sono stati visti come qualche cosa di molto legato alla corruzione del ceto politico, ed è cominciata una vicenda sfociata poi nell’antipolitica. Una fase giustizialista che la sinistra ha cavalcato perché sembrava che andasse a proprio favore. L’altro passaggio, secondo me ancor più fondamentale, riguarda tutta la vicenda cosiddetta referendaria. Quando si è cominciato a cambiare la legge elettorale attraverso i referendum. E lì è venuta avanti l’idea che bisognasse istituire questo rapporto diretto tra cittadino sovrano e scelta di governo, senza più la mediazione dei partiti. Una vicenda molto pesante che è stata successivamente presa in mano anche dalla sinistra.

Fa riferimento al patto Occhetto-Segni?

Sì, e fu devastante. Contribuì all’affermazione dell’idea che tutti i partiti in fondo fossero corrotti, non servivano più per governare perché la governabilità veniva assicurata da una legge elettorale che doveva essere maggioritaria e in quanto tale fondamentalmente anti-partito perché li costringe a schierarsi dentro una coalizione e a scomparire dentro di essa. Tutte queste cause sommate poi hanno portato nel ’94 alla famosa scesa in campo di chi ha visto in questo vuoto creato dalla destrutturazione dei partiti una possibilità per proporre una nuova forma, populista, direttista. Da lì poi non si è più riusciti a tornare indietro purtroppo.

Questa deriva ha fatto mancare quello che può essere considerato un po’ il sale della democrazia, ovvero la partecipazione democratica. Che cosa ne pensa?

I partiti sono forme di mobilitazione di massa, almeno così come erano stati concepiti e sperimentati nella seconda metà del ’900. E soprattutto in Italia dove vivevano su grandi componenti popolari, quella cattolica, quella socialista e comunista. Che era popolo reale che si riconosceva dentro questi contenitori e quindi in questo senso attraverso il partito partecipava alla vita politica. Lo stato dei partiti è venuto fuori anche sull’onda di un dettato costituzionale perché la nostra Costituzione appunto li prevede. Poi naturalmente ci sono state delle degenerazioni perché è mancato un ricambio corretto dei gruppi dirigenti e anche perché quelle componenti popolari si sono disgregate socialmente. L’errore, secondo me, è stato quello di non avviare una grande riforma dei partiti, adeguandoli anche alle nuove condizioni, alle nuove situazioni. Al contrario, questa riforma non è stata fatta e si è passati ad una loro destrutturazione. E la mia idea è che questa crisi dei partiti è stata all’origine della crisi della politica e del distacco vero dei cittadini dalla politica. I partiti, in quanto tali, assicurano un rapporto quasi quotidiano del cittadino con la politica che altrimenti si riduce ad una volta ogni tanto. Quando c’è il rito elettorale, o le primarie in questi ultimi anni, insomma a scadenza. Poi per il resto ognuno resta a casa sua a fare i fatti propri.

Nel Pd Veltroni è stato quello più impegnato nel proporre questa leadership personalistica tutta legata al modello maggioritario e bipolare. A sinistra invece è Nichi Vendola, che in qualche modo rappresenta una variante del veltronismo, ad andare per la maggiore. Due facce della stessa medaglia?

La carta veltroniana, secondo me, è molto in sintonia con il passaggio che attraverso Occhetto ha portato alle nuove forme di partito e lui ha rivendicato in questo senso una certa coerenza. Cosa vera perché in quella via era già segnata l’idea che in fondo il partito era una forma vecchia e che tutto andava affidato alla spontaneità della mobilitazioni della cosiddetta società civile, considerata più virtuosa.

Dall’altra parte nella sinistra radicale c’è stata una eccessiva condiscendenza alle forme di movimento che sono state viste come sostitutive dei partiti, e non complementari come dovrebbero essere. L’idea che i movimenti potessero essere la nuova forma della politica sostitutiva del partito è stata un errore. In realtà le due forme devono per forza convivere. Insomma sia da destra che da sinistra si sono create le premesse per una forma di destrutturazione dei partiti e dunque anche della forma organizzata della politica, come se quest’ultima non avesse appunto più bisogno di una organizzazione. Nell’ultimo numero di Democrazia e Diritto si tende un po’ a falsificare questa idea, dicendo che i partiti possono anche aver avuto una crisi della loro struttura, però non si possono eliminare. Devono essere rinnovati con una nuova idea di partito.

Come si esce da questa situazione? Bersani può rappresentare un’inversione di tendenza nel Pd rispetto al corso veltroniano? E che strada prenderà Nichi Vendola, con Sel e le sue fabbriche?

La situazione è certamente complessa e difficile da gestire. Bisogna lavorare dentro un progetto che non può più accettare che un Paese come il nostro, politico per eccellenza, sia l’unico in Europa senza una grande forza della sinistra. Come non è accettabile l’idea che in Italia ci sia solo un Pd che si definisce di “centro-sinistra”, e una sinistra piccola non sufficiente per giocare un ruolo politico generale. Il progetto è dunque quello di ricostruire questa grande forza. Bersani sta facendo un lavoro che anch’io guardo con favore perché intanto rifiuta l’idea del partito personale. Per quanto mi riguarda ho raccomandato di cominciare a togliere il nome dei leader dai simboli di partiti e dalla scheda elettorale per tornare a partiti che non siano di un capo ma di un progetto, con un programma, un gruppo dirigente riconoscibile ed autorevole. E dobbiamo andare alle elezioni così, con la gente che deve scegliere appunto una forza politica e non un leader. Questo è fondamentale soprattutto per la sinistra che non può affidarsi ad una persona sola. Anche Vendola, che io ritengo essere una grande risorsa, deve pensarsi come un elemento di forza all’interno di una sinistra più grande, e non come qualcosa che mette in gioco unicamente la sua persona. Le stesse Fabbriche di Nichi dovrebbero contribuire a questo. L’esperimento può essere anche positivo, come sono positive tutte le aggregazioni di base, però bisogna portarle verso l’alto, ad una forma di riorganizzazione della politica di sinistra che si dichiari alternativa non solo al berlusconismo ma a quello che gli sta dietro, e cioé al bipolarismo, alla logica del maggioritario, con un ritorno dei partiti in parlamento, capaci di giocare la loro presenza attraverso le proprie idee e i propri militanti.

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RAFFAELE CANTONE: Scandalo rifiuti la zona grigia Stato-camorra

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28/02/2011 01:21 | AMBIENTEITALIA

News imageDa più giorni questo quotidiano sta cercando di mettere a loro posto, nel disinteresse degli altri media napoletani e non, le tessere di un puzzle che lasciano già intravedere un quadro a tinte ancora più fosche dello scandalo della gestione dei rifiuti in Campania. Si tratta di fatti che, se esattamente ricostruiti, potrebbero spiegare molte delle cose che sono accadute di recente (o stanno accadendo) nel mondo della politica, dell’imprenditoria e, persino, della camorra e di essi si sono pure occupati, in un interessantissimo libro-denuncia dal titolo «La Peste», l’ex senatore Tommaso Sodano e il giornalista Nello Trocchia. Le vicende risalgono ad un periodo non vicinissimo (2003-2005) in cui si rischiò, quasi in concomitanza con il rinnovo del consiglio regionale, un’emergenza rifiuti analoga a quella poi avvenuta del 2007 ma che al momento fu evitata. Fu proprio in quel lasso di tempo che avvenne il passaggio delle funzioni commissariali dalla Regione al governo centrale, con la nomina a commissario prima del Prefetto Catenacci, poi di Bertolaso e via di seguito. Il subcommissario Facchi racconta (dopo che il giornale aveva sollevato il caso), prima alla Tv e poi ai pm della Dda di Napoli, che in quella fase fu avvicinato in più occasioni da uomini dei servizi segreti e aggiunge che una persona dei servizi, proveniente da un consorzio (?), fu stabilmente inserita nella struttura commissariale. In quella stessa temperie il medesimo Facchi, facendo firmare una delibera a un ignaro presidente della Regione, creava un superconsorzio (di nome Impregeco) che metteva insieme consorzi vicini ai partiti del centrodestra (della provincia di Caserta) e a quelli del centrosinistra (della provincia di Napoli), superconsorzio di cui a lungo tratta l’ordinanza cautelare emessa dal Gip Piccirillo contro l’on. Cosentino. Quella struttura, che creava vincoli e rapporti traversali fra mondi culturalmente e politicamente apparentemente lontani, avrebbe dovuto nell’idea dei partecipi persino sostituire il Commissariato nella gestione dell’emergenza. Ma è sempre in quel periodo che alcuni imprenditori di Casal di Principe, provenienti dal mondo delle costruzioni (i fratelli Orsi) consolidano le loro posizioni nel settore dei rifiuti. Hanno vinto alcuni anni prima in modo, per usare un eufemismo, rocambolesco la gara per la gestione della società mista collegata al più importante consorzio casertano (Ce 4) e si apprestano a fare il salto di qualità. Grazie a rapporti con personaggi di varie istituzioni inseriscono un uomo proprio (o che considerano tale) nella struttura del commissariato, personaggio che, malgrado nel corso degli anni sia stato più volte coinvolto in indagini, fa velocissima carriera nel mondo dorato della protezione civile. I fratelli Orsi, uno dei quali – Michele – ammazzato dal boss casalese Setola nel 2008, sono a loro volta ritenuti legati al clan dei Casalesi e dimostrano di sapersi muovere benissimo nel mondo paludoso della politica campana; sono sponsor (anche dal punto di vista economico e dell’elargizione di posti di lavoro) dei partiti del centrodestra ma non disdegnano di iscriversi ad un partito politico di sinistra in un comune del casertano, comune il cui sindaco è stato eletto, malgrado non si fosse in Bulgaria, con percentuali molto vicine al 90%. Quel sindaco, eletto in consiglio regionale viene arrestato per corruzione ed il consiglio comunale viene poi sciolto per infiltrazioni mafiose. Sempre in quella fase, il Commissariato di governo attraverso la Fibe affitta diecine di terreni in località vicine a Casal di Principe, pagando per la locazione cifre di molto superiori al valore degli immobili medesimi, per posizionare su di essi le famose ecoballe. Questi terreni, scelti da una società privata e quindi senza il rispetto delle regole dei pubblici contratti, appartengono in qualche caso a personaggi legati ai Casalesi, in particolare, ricorda il Mattino, i proprietari di essi hanno lo steso consulente finanziario di fiducia della famiglia Zagaria. Su molte di queste vicende la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta dall’On Barbieri, durante la breve parentesi del governo Prodi, fa varie audizioni che poi vengono segretate e comunque pubblica un’importante relazione in cui si da atto delle stranezze dell’acquisizione dei terreni. In quel periodo, secondo le fonti del Mattino, uomini del commissariato e soggetti dei servizi si incontrano con il superlatitante Michele Zagaria (o con un suo fiduciario) per avere l’aiuto della camorra proprio per evitare l’emergenza rifiuti; in cambio dell’aiuto al sarebbero stati promessi soldi ed appalti. Se questo è una parte del quadro – che non merita commenti – sorgono spontanee alcune domande. Perché i servizi si incontrarono con Facchi, su mandato di chi e per sapere o fare che cosa? È vero che a qualcuno di questi incontri parteciparono anche camorristi o loro fiduciari? Chi ha intermediato con il Commissariato di Governo l’individuazione dei terreni su cui posizionare le ecoballe? Sono stati dati appalti ad imprese legate a Zagaria, e in che modo e perché non vennero controllate le certificazioni antimafia? L’omicidio di Michele Orsi è avvenuto semplicemente per punirlo delle dichiarazioni già rese o per impedirgli di svelare quanto a sua conoscenza su quello che si muoveva dietro le quinte? Perché l’uomo degli Orsi dal Commissariato di governo passa alla protezione civile, malgrado coinvolto in tante indagini? C’è un rapporto fra il mancato arresto di Zagaria (o l’avvenuto arresto di altri latitanti) e i patti stipulati con riferimento ai rifiuti? Sono stati promessi appalti ai Casalesi anche con riferimento alla costruzione del termovalorizzatore casertano? Perché restano ancora segretati gli atti della Commissione bicamerale (visto che sono stati comunque pubblicati su questo giornale) e non vengono trasmessi agli uffici giudiziari competenti? A questi interrogativi, che sono solo alcuni fra quelli possibili, in parte ci si augura risponderà la Procura di Napoli che ha immediatamente aperto un fascicolo dopo la pubblicazione degli articoli; ma le risposte saranno inevitabilmente parziali sia perché la Procura si potrà muovere solo lì dove individuerà reati sia perché su alcuni profili è certamente competente l’ufficio giudiziario di un’altra Regione. Appare, invece, quantomai opportuno l’intervento delle commissioni parlamentari (in particolare quelle Antimafia, sul ciclo dei rifiuti e sui servizi segreti) che avendo i poteri dell’autorità giudiziaria potranno andare in fondo. È indispensabile, infatti, che su uno scandalo enorme come quello dell’emergenza rifiuti non resti nemmeno il dubbio di intrecci incestuosi fra ambienti diversi.

FONTE: IL MATTINO del 27 febbraio 2011

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Onofrio Romano: La “buona politica” secondo le Fabbriche di Nichi.

27/02/2011 23:22 | POLITICAITALIA

News imagePartecipazione senza democrazia

di Onofrio Romano

La “buona politica” secondo le Fabbriche di Nichi. Luoghi dove si discute ma non si decide

Come tutti i “fenomeni estremi” (Baudrillard docet), le Fabbriche di Nichi sono cartina di tornasole dello spirito del tempo. Ci rivelano cose preziose sul destino della modernità, della democrazia, della sinistra. In particolare, esse mostrano il legame profondissimo che esiste tra l’ideologia dell’autodeterminazione e il dilagare del leaderismo. Non un fenomeno marginale, dunque, ma un prototipo delle nuove forme di soggettività politica che promettono di superare la crisi conclamata dei partiti. Se ne può comprendere la natura, analizzandole alla luce del rapporto che esse istituiscono con il Potere. Occorre, per questo, ripercorrere alcune tappe recenti del pensiero politico di Vendola, che rivelano il suo deciso sbilanciamento verso una specifica declinazione culturale della sinistra postideologica. Già all’epoca della sua militanza in Rifondazione Comunista, Nichi aveva manifestato ufficialmente (anche attraverso documenti congressuali) la sua convinzione che dovesse essere superata la forma partito e che il Prc avrebbe dovuto fare in questo senso da battistrada, mettendo a rischio tutto, anche la propria stessa esistenza. Più recentemente, egli ha più volte sostenuto che Rifondazione andasse sciolta già dopo il G8 di Genova del 2001. Dal suo punto di vista, solo il “movimento” ha cittadinanza, quello che resta permanentemente nella dimensione dell’orizzontalità e il cui obiettivo unico deve essere, foucaultianamente, la “critica del potere”, a ogni livello e in ogni circostanza. Il potere può essere solo criticato, giammai riformato. Convergono chiaramente in questa impostazione gli influssi continentali del radicalismo post-strutturalista e le ispirazioni “americane” della cultura della civicness. Il massimo dell’autodeterminazione coinciderebbe, di fatto, con l’evacuazione dei luoghi del Potere. Si può fare buona politica solo se, paradossalmente, viene sciolto ogni legame tra i soggetti politici e il Potere. E’ per questo che le Fabbriche devono star fuori da competizioni elettorali e questioni di palazzo, per dedicarsi al “fare”, alle buone azioni, a testimoniare il bene e a elaborare idee per un mondo migliore. Solo così la politica viene ad essere distillata nella sua purezza, oltre ogni strumentalità e interesse. Questa ideologia rende inutile il codice democratico (in questo senso, piuttosto che postdemocratiche, la Fabbriche sono a-democratiche). La democrazia è necessaria per assicurare l’equa rappresentazione di ciascuno nella gestione del Potere. Ma se questo viene meno come posta in gioco, della democrazia non c’è più bisogno, né all’interno (nella gestione della comunità-Fabbrica), né all’esterno (nel rapporto che il soggetto intrattiene con il livello istituzionale). Questa ininfluenza della democrazia coincide, se si preferisce, con la massima realizzazione del principio sotteso all’ideologia democratica: la possibilità che a ciascuno venga data sovranità esclusiva sul proprio mondo, senza che egli debba scendere a patti con chicchessia. L’individualizzazione integrale. La Fabbrica assicura, infatti, il massimo di autodeterminazione. Un’istanza di democratizzazione all’interno delle Fabbriche sarebbe irricevibile poiché nessuno impedisce alcunché, ciascuno è libero di manifestare (via web, nelle assemblee, ecc.) qualsiasi idea e di realizzare qualsivoglia iniziativa (anche in contrasto con quelle suggerite dallo staff centrale). Ognuno è libero di attivarsi, in ossequio allo spirito volontarista. La Fabbrica Zero (il dominus dell’organizzazione collocato a Bari) viene raffigurata come un mero coordinamento “tecnico”, in quanto tale abitato da “esperti” di organizzazione, marketing e comunicazione. Non si tratta più di definire discorsivamente un destino collettivo, assicurando che tutti abbiano le stesse opportunità di parteciparvi. La Fabbrica è solo uno spazio liscio in cui ciascuno può deporre la propria azione. Questo assetto è, tuttavia, problematico.

Ci si chiede, innanzi tutto: se si tratta davvero di uno spazio liscio di autodeterminazione e se l’organismo collettivo non viene definito discorsivamente dai partecipanti (dal legein, direbbe Magatti), dove sta il “collante comunitario”? In assenza di un’auto-istituzione collettiva (cfr. Castoriadis), chi determina la comunità-Fabbrica? Che cos’è che ri-lega i partecipanti? Due cose, essenzialmente: la tecnica e l’emozione (il teukein e il pathos, direbbe sempre Magatti). Il teukein si materializza in diverse forme: la piattaforma web che connette le esternazioni degli “operai” (attraverso il sito e le pagine Facebook delle Fabbriche e dello stesso Nichi), il nucleo dei professionisti della comunicazione collocati nella Fabbrica Zero, i quali conferiscono coerenza stilistica alla comunità, attraverso la costruzione di un vero e proprio brand ecc. Il pathos coincide con l’emozione collettiva suscitata dal prodotto-Fabbrica ma, soprattutto, con l’attaccamento alla figura carismatica del leader, Nichi Vendola.

E qui giungiamo al secondo problema: se il faro è l’auto-determinazione e lo stigma sul potere sovrano, come si fa a giustificare il servizio reso dalle Fabbriche al Potere? E’ indubbio, infatti, che esse nascono apposta per sostenere un attore politico e promuoverne l’ascesa dentro le istituzioni. La loro stessa esistenza è legata a filo doppio alla vicenda politico-istituzionale di un singolo soggetto, nominativamente identificato. Esse però, per statuto, non possono avere voce in capitolo sulle scelte politiche adottate da questo soggetto e dalla compagine di governo che egli guida. Le Fabbriche servono un soggetto e un progetto politico sui quali, tuttavia, non possono esercitare alcuna forma di sovranità o di mero controllo.

Ma tutto questo viene giustificato proprio grazie alla specifica configurazione carismatica di Vendola. La “superiorità” del Presidente non si deve alle doti di condottiero, bensì alla sua peculiare capacità di resistere al Potere. Una sorta di rovesciamento semantico della legittimazione carismatica. Le Fabbriche (buone, perché aliene al Potere) servono un soggetto che a sua volta è buono in quanto soggettivamente impermeabile alle lusinghe del Potere. Grazie a questa “credenza fondativa”, a questa garanzia personale, gli operai possono disoccuparsi di quanto avviene nel Palazzo. Nichi è un roditore infiltratosi nelle istituzioni per svuotarle dall’interno e assicurare così ai cittadini il massimo grado di autodeterminazione.

E’ così che, paradossalmente, il massimo dispiegamento della logica di autodeterminazione conduce diritto al massimo di etero-determinazione, ossia ad un assetto di potere tendenzialmente sciolto dal controllo e dalle scelte di una comunità democraticamente istituita. Né vale obiettare che a questa funzione risponde Sinistra Ecologia e Libertà, se è vero, come ricorda Claudio Bazzocchi, che Nichi Vendola: «alla convention barese di luglio delle Fabbriche ha avanzato la propria candidatura alle primarie del centrosinistra, senza passare al vaglio degli organismi dirigenti del partito. Ed è con i suoi ragazzi che prepara la piattaforma programmatica (“C’è un’Italia migliore” ndr). Partito e organismi dirigenti vengono scavalcati, tanto da far sorgere il dubbio che il vero gruppo dirigente non sia quello uscito democraticamente eletto dal congresso di Firenze dell’ottobre scorso, bensì quello riunito attorno al capo nella sua associazione personale, che nessuno ha eletto, nemmeno nelle stesse Fabbriche».

FONTE: PARTITI POLITICI, PASSATO O PRESENTE?, Inserto speciale di Liberazione di domenica 27 febbraio 2011.

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